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Che significa Code Week? (in difesa della conoscenza della lingua del digitale)

Ott
18

C’è una certo fastidio diffuso, per lo meno tra i miei amici e conoscenti, per l’esterofilia linguistica e gli stranierismi (leggi anglicismi, leggi meglio americanismi) usati nell’universo educativo.

Ci sono due aree linguistiche fondamentali che sono responsabili di questo male endemico: il business (americanismo) e l’informatica (“computer science” da noi non ha attecchito). In entrambi i casi si tratta di parole che viaggiano insieme ai discorsi, ed entrambi questi discorsi sono nati e si sono sviluppati da sempre in ambiente angloamericano.

Che questi due discorsi, insieme alle loro parole-vessillo, si impongano anche in un ambito diverso, quello educativo, è in effetti un problema grave. Pensare l’educazione in termini di competitività, di target, di budget, è indice di un più generale assetto di valori che si può criticare. Usare le parole dell’informatica in lingua originale anche dentro la scuola forse è meno grave perché finora non si è assistito ad un ripensamento dell’educazione in termini algoritmi, programmi e architetture di rete. Tuttavia anche qui c’è chi si domanda perché usare email invece di posta elettronica, streaming invece di diretta, BYOL invece di PITC (Porta Il Tuo Computer), etc… Chi usa il termine originale vuole mostrare di essere aggiornato, e vuole concedere all’ascoltatore la stessa patente (“qui siamo tra esperti, sappiamo tutti cos’è il digital divide”). E a volte invece l’uso di queste espressioni è proprio causa di divisione e genera incomprensioni; ma nessuno ammetterebbe di non sapere esattamente cosa significa HTTP, parola che digita tutti i giorni.

Ora però – anche alla luce delle riflessioni che facevo qualche giorno fa sullo stesso tema, anche se forse non era troppo evidente – vorrei provare ad approfondire un po’ il discorso.

Alcune delle parole sotto accusa sono difficili da tradurre in maniera sintetica (provate con “debriefing”), ma d’altra parte non sempre essere sintetici è un valore. Altre sembrano proprio un esercizio gratuito di pigrizia (“screensaver” non è un termine tecnico). In altri casi la traduzione italiana esiste, ma non è detto che abbia proprio lo stesso valore.

Per esempio confrontiamo i vocaboli “calcolatore” e “computer”. Hanno esattamente lo stesso significato, nel senso che dovunque si usa il primo si potrebbe usare il secondo. Non indicano due oggetti diversi.

Ma se vi rotolate nelle bocca queste parole sentite cose diverse. Uno sa di università, di laboratorio, l’altro di Euronics.

La diffusione lessicale è ovviamente molto diversa: calcolatore viene usato solo dai pochi che hanno appreso l’informatica almeno trent’anni fa, computer da tutti gli altri. L’etimologia è poi interessante: “calcolatore” viene, dopo vari passaggi, da calculus, il sassolino che si usava per contare, magari disposto in scanalature di una tavoletta o su fili diversi come nel pallottoliere; “computer” da com-puto, il verbo delle operazioni aritmetiche (la somma, in particolare). Uno punta sul supporto materiale, sull’ausilio tecnologico, l’altro sull’operazione mentale di trarre una conclusione da una situazione complessa.

Naturalmente l’etimologia non partecipa alla determinazione dell’uso di un termine, almeno quando è ignota. Ma saperne di più aiuta a modulare l’uso dei termini, a scegliere. C’è chi non capisce il successo del nome (prima dell’oggetto) Whatsapp, principalmente perché non coglie il nesso con “what’s up?”, che succede? O chi non sa che “tube” significa “televisione” (dal tubo catodico), e quindi non collega Youtube con “fai la tua televisione”.

Un altro esempio che è sotto i riflettori in questi giorni (Code Week): “coding” potrebbe essere tradotto con “programmare, programmazione”. Ma esiste “programming”, che equivale a “programmare”. Nel quadrilatero che possiamo immaginare, uno dei vertici è vuoto. I due termini inglesi hanno – nella mia mente, sulla base delle mie esperienze –  due sfumature diverse: coding è “codificare”, cioè trasporre uno schema operativo in un certo codice linguistico, partendo da una versione astratta o da un altro codice. Programmare è “costruire un programma”, un artefatto digitale che viene eseguito da un calcolatore. Il primo termine sottolinea il processo, l’attività linguistica; l’altro il fine e l’utilizzo del prodotto finale. Uno si presta bene a sviluppare gli aspetti narrativi, l’altro quelli ingegneristici. Quando dico “un programma è la materializzazione in un linguaggio specifico di un algoritmo che risolve un problema”, ho in mente il risultato, non il processo di scrittura. Quando dico “coding is fun”  ho in mente l’avventura di trovare dentro di me le parole giuste per dirlo.

“That is why I enjoy computer programming more than anything I have encountered in this life. Not because of the boring “move, modify, store, repeat” routine of the daily work, but in studying how I write code and from the knowledge and insight I get into the code, I also get into myself.” Mark Janssen qui parla evidentemente di coding, non di programming.

Ora non giurerei che chi parla oggi di “Code Week” intenda una cosa diversa da “Settimana della Programmazione”; però sarebbe bello se i corsi di “coding” e quelli di “programmazione” fossero riconosciuti come cose diverse e un potesse iscriversi all’uno o all’altro con cognizione di causa. Sarebbe bello se chi parla di certi argomenti avesse una conoscenza meno superficiale; conoscenza (non solo competenza) che non deriva solo dalla pratica di una disciplina, ma anche dalla riflessione sulle proprie esperienze e dallo studio delle parole di quella disciplina, del loro uso non solo qui ed ora. Mi rendo conto che  è una posizione che può apparire retrograda. D’altra parte, penso ancora che ci siano più parole che cose, e che rinunciare alla parole in favore delle cose sia almeno altrettanto rischioso dell’inverso.

 

Il problema, secondo il mio modesto parere (IMHO), è quindi non tanto nell’usare un termine straniero per ossequio ad una potenza nemica, ma usarlo inconsapevolmente senza cercare di coglierne tutti i significati e i sapori. Come per la zappa.

Anche in questo caso, un’educazione all’uso delle parole, trasversale a tutte le discipline, sarebbe benvenuta.