steve's

Perche’ i bambini devono imparare a programmare

Dic
18

Mi sono avvicinato al tema “applicazioni didattiche del digitale” per ragione emotive, estetiche. Cioè perché mi affascinava l’idea. Non avevo nessuna conoscenza e nessuna competenza. Venivo da studi classici e da una laurea in Filosofia. Fine anni ottanta.

Ho comprato un PC (senza sistema operativo) e ho cercato di vedere quello che si poteva fare. Ho letto il leggibile, ho riflettuto, ho sperimentato.

Il primo risultato della riflessione è stato: per usare i computer per l’educazione bisogna prima capire cosa è l’educazione. E prima ancora, cos’è l’apprendimento, visto che l’educazione si suppone serva a migliorare e favorire l’apprendimento.

Sono arrivato (attraverso Dewey e altre letture) all’idea che l’apprendimento non è un fenomeno di introiezione di informazioni, ma nemmeno di costruzione di strutture mentali. E’ una ristrutturazione dell’ambiente, proprio quello esterno. Nel mondo reale è difficile farlo; l’ambiente educativo è invece uno spazio/tempo progettato apposta per permettere questa ristrutturazione, e per gestirla insieme a chi apprende. Ristrutturazione che si scontra con limiti, che vengono spinti sempre più oltre. Ma che nel mondo fisico, ben presto diventano ostacoli insormontabili.

A questo punto viene in aiuto il digitale, che ha molti meno limiti. Come parte di un ambiente educativo, gli artefatti digitali (programmi, dispositivi) devono essere costruiti in modo da facilitare questa modifica dell’ambiente. Devono essere modificabili da chi li usa. Quindi come minimo si deve dare all’utente (ma che brutta parola!) la possibilità di capire come cambiarli per adeguarli. Quindi interfacce riconfigurabili a piacere, modalità operative che si possono incrementare.

L’attività di modifica di un oggetto digitale in generale si chiama programmazione. E a differenza della modifica degli oggetti fisici non ha praticamente limiti.

Quest’attivita è – o dovrebbe essere – la maniera fondamentale, in un ambiente educativo, per interagire con il software. Qualsiasi software: che sia un gioco o un programma di videoscrittura (sono i campi dove ho fatto un po’ di esperimenti), o per fare calcoli, o simulazioni, etc etc. E i software devono essere costruiti in modo da permetterlo, a diversi livelli. Tecnicamente e legalmente. Trascinando pannelli o programmando.

 

L’obiettivo non è imparare a programmare, né per assicurarsi un futuro, né per sviluppare abilità logico-matematiche. L’obiettivo è imparare meglio con strumenti che sono pensati apposta per questo.

Apprendimento sociale online

Nov
11

Perché continuiamo a vedere l’apprendimento online come un fatto individuale?

Pensiamo ad un corsista online. Cosa ci viene in mente? Sta da solo con in mano il suo tablet, che assomiglia peraltro ad un libro. Qualcuno ha scritto quel libro, e il corsista – da solo – lo legge. Ci saranno forse altri corsisti che leggono lo stesso libro, ma questo sembra irrilevante a chi progetta il corso. Come è sempre stato, il libro è scritto da un autore e letto da molti lettori separati. Un processo progettato come trasmissione “uno a uno”, o al massimo “uno a molti”, nel senso di collezione di singolarità indipendenti.

Ci sono due errori in questa visione.
Non è vero che il libro sia opera di un autore. La scrittura è rielaborazione di conoscenze che derivano dall’esperienza di altri testi. Nessuno libro è completamente originale (i nani sulle spalle dei giganti), anche a prescindere dai casi più evidenti di coautorialità:
– un autore collaziona testi di altri e ne fa un’antologia
– più autori curano parti diverse (testo, grafici, bibliografia) dello stesso testo
– più autori progettazione insieme la scrittura dello stesso testo

Ma nemmeno il lettore è solo durante lettura. Intanto perché se non conoscesse l’alfabeto, la lingua, la maniera di procurarsi e leggere i libri (che sono tutte tecniche sociali), e se non avesse un orizzonte con cui condividere quel testo (che sia il suo blog, aNobii  o semplicemente un compagno di viaggio occasionale), quella lettura sarebbe un’attività impossibile o insensata, come quella di Tarzan che impara l’inglese sul dizionario illustrato.
Il luogo principe dove la lettura diventa ufficialmente sociale è la scuola, proprio quella di una volta. C’era uno che leggeva a voce alta, gli altri seguivano con gli occhi sulla pagina. Qualche volta si facevano domande, si riassumeva, si verificava, raramente si discuteva. Per quanto banale e retrò possa apparire questa immagine, mette in evidenza un fatto: quel libro è di tutti. E’ il punto di partenza comune, il piano su cui si colloca ogni possibile processo di ricostruzione di una versione contestualizzata e personalizzata a livello della classe utilizzando l’esperienza dei singoli studenti.
La stessa cosa potrebbe e dovrebbe succedere in un ambiente di elearning. Lo stesso “testo” (che sia verbale o multimediale) è letto da più persone contemporaneamente. Proprio il fatto di sapere che ci sono altri che leggono quel testo fornisce al corsista una prospettiva diversa. Le attività online che si possono fare su quel testo sono tante: smontarlo, rappresentarlo in forme diverse (come una mappa concettuale, come sequenza di slides o come un un video), riscriverlo per un destinatario diverso, produrre delle unità didattiche standardizzate, etc. Tutte attività di apprendimento che su un piano comune costruiscono nuovi oggetti, ma che diventano significative grazie alla presenza degli altri corsisti, di volta in volta destinatari, valutatori, coautori.
Tutte attività completamente assenti nella maggioranza dei corsi online…

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Questa resistenza a pensare l’apprendimento sociale online, e a organizzare un ambiente di e-learning prima di tutto in quest’ottica, e solo secondariamente come ambiente per l’autoformazione, ha forse radici ancora più profonde. Continuiamo a vedere l’apprendimento in generale come un fatto individuale.

Il fatto che utilizziamo come magazzino delle nuove conoscenze una struttura privata (la mente) ci fa pensare che anche le conoscenze contenute siano private. Se il luogo è privato, lo è anche l’oggetto che ci custodisco dentro, comunque l’abbia acquisito.
Ma ci sono due ma:
a) la mente non è l’unico luogo della conoscenza: le tecniche ci forniscono artefatti per la conservazione esterna (e pubblica) delle conoscenze.
b) le pratiche con cui selezioniamo e organizziamo le informazioni per trasformarle in conoscenze sono sociali, non private.

 

danza delle api

Danza delle api (da Wikipedia)

Quando pensiamo all’apprendimento secondo la metafora dell’ape (la raccolta del polline dell’informazione, la distillazione del miele della conoscenza) trascuriamo il fatto che questa è appunto un’attività sociale. Non è un’ape che raccoglie il polline, ma le api, che si coordinano, selezionando zone e fiori, e comunicando tra loro con le famose danze di von Frisch. La creazione della conoscenza non sarebbe possibile fuori da una struttura in cui inserirla, senza delle tecniche di posizionamento relativo e collegamento.
Come il linguaggio è interentemente sociale (non ha senso un linguaggio privato, grazie Wittgenstein), così le tecniche si imparano, valutano e diffondono socialmente.
Linguaggi e tecniche sono connaturati ad ogni apprendimento. Che equivale a dire che l’apprendimento va studiato come un processo inerentemente sociale. Non solo nel senso che si apprende ispirandosi e imitando dei modelli, ma proprio nel senso che senza l’apporto degli altri non c’è apprendimento ma solo accumulo (e forse nemmeno quello).

E allora perché continuiamo a ridurre l’apprendimento dei gruppi alla somma dell’apprendimento dei singoli?