steve's

Year of Code

Ago
12

Il 2014, per chi non lo sapesse, è stato dichiarato “Year of Code” nel Regno Unito. Anno del codice, nel senso di “anno della programmazione”. Da settembre, la programmazione verrà insegnata nelle scuole elementari e medie, ovvero tra i 5 e i 16 anni. http://yearofcode.org/
In September 2014 coding will be introduced to the school timetable for every child aged 5-16 years old, making the UK the first major G20 economy in the world to implement this on a national level”.
Questa decisione ha portato con sé – o forse è la parte visibile e ufficiale di – una miriade di attività collaterali, su base volontaristica, tutte mirate a diffondere la programmazione tra i ragazzi, ma non solo. Coding is empowering: programmare rende più fichi.
http://issuu.com/techmixmag/docs/techmix_magazine_issue__3/15?e=0/8750602

E’ interessante andare a vedere l’immaginario che viene costruito per coinvolgere la popolazione, non solo in UK ma anche negli USA e altrove. Quella che viene presentata non è più la figura del geek, dell’informatico tipico, un po’ secchione e un po’ sfigato, ma quella della mamma disoccupata che si ricicla in un altro settore, quella del genio artistico che inventa una startup, del ragazzino qualunque che tira fuori la app da 200.000 dowload in una settimana
http://www.codecademy.com/stories/99-how-to-outgrow-the-fear-of-starting

Premesso che chi scrive ha passato alcuni anni ad insegnare a programmare a classi di bambini tra 10 e i 14 anni, che è da sempre un appassionato di Logo, di cui ha seguito con interesse tutte le evoluzioni (da MicroWorlds a StarLogo a NetLogo), e che ha continuato ad avere un interesse “estetico” per gli ambienti di programmazione visuale in qualche modo derivati (Alice, Squeak/Etoys, Scratch, ….) che oggi vanno per la maggiore e che rendono il termine “coding” abbastanza pretestuoso. Premesso che anche ora che non la pratico quotidianamente trovo la programmazione un’attività molto gratificante, come ogni tipo di creazione artistica, e che al pari della musica o delle arti grafiche mi dispiace che questo piacere non venga condiviso da molti.
Tutto ciò ed altro premesso, non è quindi per avversione preconcetta verso l’apprendimento della programmazione in giovane età che mi è venuta l’idea di scrivere queste note. Non penso che i bambini debbano essere tenuti lontani dalle macchine, né che la logica dell’utenza passiva multimediale debba restare l’unica, o quella privilegiata, fino alla maturità.
Ma il recente fiorire di iniziative per introdurre i bambini alla programmazione (diciamola meglio: per portare dei ragazzini a sviluppare delle app in una sola giornata) mi lascia invece perplesso.

Cerco, nelle presentazioni delle giornate di introduzione alla programmazione organizzate, per esempio, da CoderDojo, le ragioni di questo rinnovato interesse. Le cerco anche con una certa invidia tutta italiana perché mi ricordo il triste destino che ha avuto da noi quella parte di curriculum informatico scolastico dedicata alla programmazione. Ricordo le ragioni di quell’esclusione: ad esempio, che i bambini, nella scuola dell’obbligo, non devono imparare a programmare più di quanto non debbano imparare a riparare una lavatrice. Ricordo l’informatica “carta e matita” di Giovanni Lariccia, ma anche la scoperta dell’ECDL, l’attenzione per gli strumenti di produzione di media più che su quelli per la produzione di programmi, etc … Oggi, quando vedo gli entusiastici commenti a queste iniziative, mi chiedo: quali sono, stavolta, le ragioni? Perché passare un pomeriggio a programmare, a 10 anni, è meglio di passare un pomeriggio a giocare a pallone? Perché organizzare spazi e tempi extrascolastici per offrire questa possibilità? Perché dedicarci risorse pubbliche, o private?

Mi pare che le ragioni citate siano di almeno due ordini:

1. Aspetti economici: sono facili da citare, molto meno da dimostrare.
Nel 2015 ci saranno in Europa 700.000 posti di lavoro vuoti nel settore ICT (fonte: Commissione Europea, http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-52_it.htm). Negli USA, entro il 2022 ci saranno 2.600.000 posti di lavoro nel settore dell’informazione; di questi, 750.000 per i programmatori, con una crescita del 22,8 % (fonte: Bureau of Labor Statistics, http://www.bls.gov/news.release/pdf/ecopro.pdf).

This means that U.S. companies would be forced to outsource valuable coding jobs to India, China, Eastern Europe, and other countries with growing IT sectors, while thousands of Americans remain unemployed or stuck in low-skilled, low-wage positions” (http://opensource.com/education/13/4/teaching-kids-code).

A parte il fatto che di questi milioni di posti di lavoro solo una parte è riservata ai programmatori propriamente detti, mentre la maggioranza è lasciata a tutti gli altri lavoratori del settore (analisti, progettisti, sistemisti, grafici, esperti di reti, di sicurezza, commerciali, docenti, installatori, …), e a parte il fatto che il lavoro di programmatore non è necessariamente così ben pagato e attraente, il punto è: quale politica educativa e del lavoro porterà a colmare questi vuoti. Da dove si comincia? Dalla riforma dei curricula universitari? Da quella delle scuole tecniche? Dalla riforma del mercato del lavoro? O dai Coding Day per i ragazzi?

Ad esempio, quale legame ci sarebbe tra la giornata festosa in cui si sviluppa un videogioco con gli amici e la capacità di svolgere un lavoro del tipo di quelli di cui il mercato ha bisogno? Non è detto che quello che si apprende oggi sia ancora utile domani. Il ragazzino di 10 anni che oggi produce – in una giornata – una app per Android avrà 18 anni nel 2022, e allora non avrà davanti le stesse piattaforme, gli stessi linguaggi e nemmeno gli stessi concetti. Basti guardare quali erano appunto linguaggi e sistemi operativi dieci anni fa e la distanza abissale che li separa da quelli di oggi. Manca, a mio avviso, uno studio che dimostri gli effetti a medio o lungo termine di queste iniziative. Effetti che potrebbero essere cercati sulla scelta della scuola, sul percorso di apprendimento personale, sulle letture scelte, sull’uso del tempo libero, sullo scambio di conoscenze con i pari. E magari si potrebbe anche ragionare meglio su quali linguaggi, quali sistemi, quali tipi di problemi, quali domini applicativi sono più adatti per avviare il giovane programmatore verso il suo radioso futuro rendendolo più concorrenziale rispetto ad altri.

2. Aspetti sociali: subito dopo quelle economiche, vengono citate le ragioni più “etico-politiche”. Il ragionamento è più o meno questo: la nostra vita è costellata di apparecchiature elettroniche del cui funzionamento non sappiamo nulla; se avessimo le competenze digitali attive (coding specials) saremmo in grado di difenderci; quindi è bene acquisire queste competenze fin da piccoli.
E’ un po’ la motivazione che sottintendeva lo studio dei mass media e della pubblicità a scuola qualche anno fa: se li conosci, li smascheri.

Ad esempio, sempre con le parole di Rebecca Lindegren:
Children’s personal and professional lives will increasingly be shaped by computer programs. Without the ability to code, they will become passive consumers at the mercy of programmers working for technology giants, unable to construct or meaningfully interact with the virtual reality that surrounds them” (http://opensource.com/education/13/4/teaching-kids-code).

Questo passaggio dell’articolo è, a mio avviso, il più interessante. Senza la capacità di programmare, i bambini diventeranno passivi consumatori etc etc. Con la capacità di programmare (acquisita in un paio di pomeriggi tra amici) invece saranno vaccinati e potranno interagire significativamente con il mondo virtuale che li circonda.

Da notare almeno due cose: la prima è che la capacità di programmare vaccina dallo strapotere dei giganti della tecnologia. Si può anche essere d’accordo in teoria, ma va definito cosa intendiamo per “capacità di programmare”. Un’attitudine? Un’esperienza, anche limitata? Una competenza specifica e verificata da terzi?
Stiamo parlando della buona abitudine di leggere il codice sorgente di ogni programma che si utilizza? Della curiosità verso ogni nuova soluzione che viene presentata, curiosità che non si contenta di un’etichetta o di una descrizione ma vuole arrivare a capire come funziona oggi e come funzionerà domani? O della capacità di progettare, sviluppare e manutenere soluzioni alternative?
Sono “capacità” completamente diverse. Si raggiungono, e si perdono, in tempi diversi e in modi diversi. Alcune di queste non sono generiche, ma possibili solo in connessione con certi contesti tecnologici e legali, primo fra tutti quello dell’apertura del codice sorgente.
Ora in generale aumentare la quota di competenze creative che viene appresa a scuola è probabilmente utile a preparare un cittadino capace di costruire narrazioni originali, oltre che di ascoltare quelle degli altri. Competenze che si possono sviluppare componendo musica, scrivendo sceneggiature, disegnando fumetti e persino programmando (uno spartito o un programma non sono poi così diversi, da questo punto di vista). Qui però è in gioco una riforma del curriculum scolastico, e non solo qualche ora di laboratorio.

La seconda cosa da notare è che la possibilità di interagire pienamente con la realtà (virtuale, nel senso dell’insieme di dispositivi, reti, server, …) non sembra dipendere solo da queste competenze. Anche qui, andrebbe forse ricordato che, oggi molto più di ieri, ognuno di noi ha comprato già preinstallati o consentito a installare sui propri dispositivi digitali – pc, tablet, smartphone, televisori, frigoriferi,… – centinaia di programmi del cui funzionamento effettivo non possiamo sapere quasi nulla, se non quello che esplicitamente ci dicono i produttori. Il codice sorgente di questi programmi (che a volte chiamiamo “applicazioni” o amichevolmente “app” per farceli sembrare meno complessi e e pericolosi) non è disponibile per la lettura o la modifica. Sapere programmare non aiuta minimamente a evitare che raccolgano i nostri dati e ne facciano un uso non previsto (da noi). Sapere programmare non ci permette di evitare di usarli: alzi la mano chi si può permettere di non avere un account gmail o una pagina FB. Senz’altro non ci aiuta a modificarli, a impedire che svolgano azioni se non illecite, almeno non gradite. Interagire significativamente con gli altri tramite app e reti, ricevere e fornire dati – filtrandoli – richiede delle competenze, che oggi fanno sicuramente parte di quelle di base di ogni cittadino. Ma allora non è sufficiente un pomeriggio di manipolazione di Scratch, serve anche qualche informazione in più. Informazione che in effetti né la scuola dell’obbligo, né quella superiore, né l’università consegnano.

3. Vengono in mente però anche altre ragioni, forse meno nobili. Per esempio, una generazione di ragazzini che sono in grado di produrre un’app in poche ore significa da un lato un serbatoio immenso da cui andare a pescare i migliori developers senza doversi assumere l’impegno e la responsabilità di formarli adeguatamente e di aspettare il momento in cui, accanto ad altre competenze utili per una vita completa, sviluppino anche quelle di coding; e dall’altro un enorme mercato per quelle app…
Ad esempio la Scuola 42, a Parigi, dichiara esplicitamente di porsi come un’alternativa ai percorsi scolastici tradizionali per scovare dei geni informatici che probabilmente sarebbero degli esclusi nel sistema tradizionale (http://www.42.fr/ledito-de-xavier-niel/). Da notare che la scuola 42 è gratuita. Un progetto simile, ma più orientato al sociale (e quindi finanziato con fondi pubblici) è quello di Simplon (http://lafrancesengage.fr/toutes-les-actions/simplonco.html).
Soprattuto nel primo caso, si unisce l’idea della selezione anticipata con quella dell’investimento vantaggioso: i migliori – indipendentemente dalla posizione sociale – possono ricevere la migliore formazione e avere una via privilegiata per l’accesso al lavoro. Investire in formazione rende meglio che affidarsi ad una selezione, permette di arrivare prima e assicurarsi i servigi di uno sviluppatore che è sempre più giovane.
Non che queste ragioni siano necessariamente quelle che motivano gli organizzatori delle giornate; ma è lecito domandarsi se non sono quelle che motivano gli sponsor, che sono spesso grandi imprese del settore telecom se non direttamente dell’ICT.
Dopo tutto, perché perdere tempo a formare tutti gli studenti alla programmazione per poi verificare con un test quali sono adatti al lavoro? Basta farlo solo con i più svegli.

Riandando a quelle lezioni con ragazzi delle scuole medie, in cui per gruppetti cercavamo di costruire dei videogiochi con i limitati strumenti a disposizione (erano gli anni ’90), la differenza che mi salta agli occhi è che allora si aveva in mente un progetto educativo. Ovvero: si sceglieva un linguaggio perché era stato pensato per i bambini (e non solo perché era una versione semplificata di un ambiente di simulazione di Android); si sceglieva un dominio (ad esempio, ma non necessariamente, quello matematico) perché alcuni aspetti del programma di matematica erano più comprensibili affrontandoli dal punto di vista della costruzione anziché da quello della analisi – per esempio la geometria; ma si usava anche il Prolog per studiare la grammatica. L’obiettivo era pienamente didattico: imparare a programmare all’interno del percorso scolastico non era la preparazione a qualcos’altro, ma un’attività degna di per sé, che aiutava a imparare meglio e più in profondità. Programmare era un modo generale per affrontare l’apprendimento. L’oggetto e le finalità dell’apprendimento però erano determinati da altre considerazioni.

E’ possibile, lo riconosco, che io abbia una visione un po’ edulcorata, mitica, di quelle ore. Forse tutta questa chiarezza teorica non c’era e la consapevolezza del progetto educativo la sto inserendo a posteriori. Allora, come adesso, c’era molta buona volontà e una speranza di fare qualcosa di diverso, e di utile.

Mi auguro almeno che questo stesso spirito animi i volontari che oggi supportano i ragazzi nello sviluppo della loro prima app.

LBP: Lessico di Base Pubblico

Feb
09

La notizia della concessione alla società King.com dei diritti d’uso della parola “candy” (oddio l’ho usata) nei settori del software, dei giochi, dei servizi educativi e dell’abbigliamento mi ha riportato in mente questo racconto, scritto vari anni fa. Lo ripropongo tale quale. Poi non ditemi che non vi avevo avvertito.
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Anche solo immaginare com’era il mondo, prima, è difficile. Come avrebbe potuto essere, è quasi impossibile.
Come avrebbe potuto essere il mondo, oggi, senza quel brillante industriale che ordinò ai suoi fidi di comprare pagine e pagine di nomi di domini Internet. Cominciò con “abbecedario.it” e finì con “zuzzurellone.it”. Aggiunse anche tutti i cognomi famosi, i nomi di luoghi e le espressioni più comuni (“fallafinita.it, piovegovernoladro.it”), e non si fermò né di fronte alle parti del corpo né al martirologio.
E come avrebbe potuto essere, il mondo, senza i giapponesi che registrarono i nomi impossibili dei loro personaggi dei cartoni animati, da Bzzz® a Kla-pun®, da Snortz® a Gomrich®, e così via per tutti i millesettecentocinquanta mostriciattoli. Per colpa loro diventò sempre più difficile inventare personaggi dai nomi pronunciabili più corti di otto lettere e si optò per riciclare nomi già usati per le generazioni passate aggiungendo suffissi e prefissi. Fu la breve stagione ridicola di SuperGeppo e di Topo-K-Gigio, che però forse qualcuno ricorda con nostalgia
Per capire come è stato possibile arrivare alla situazione attuale, bisogna partire proprio da questi due fatti lontani, in apparenza scollegati ma in profondità così prossimi, come due polloni che germogliano dalla stessa radice.
La situazione rimase ferma per qualche anno. L’idea era già lì, sospesa in aria, però nessuno aveva il coraggio di afferrarla. Questo periodo viene spesso indicato come l’Era di Mezzo, un periodo di ignoranza e di felicità, che sembrava dovesse durare per sempre.
E che invece terminò bruscamente quando quel tale di Austin, Texas, registrò il nome di suo figlio Adam® e pretese che chiunque altro avesse voluto fare lo stesso avrebbe dovuto chiedergli l’autorizzazione.
Ovviamente la notizia fu accolta da risate, commenti scandalizzati e poi silenzio, finché una corte del Kansas non gli diede ragione, e sancì che legalmente chiunque volesse registrare all’anagrafe un bambino col nome di Adam® avrebbe dovuto firmare un documento con il quale si impegnava ad usare quel nome secondo le condizioni della licenza, non trasferibile, per un tempo non superiore ai 99 anni, al termine del quale il nome sarebbe tornato al legittimo proprietario.
La sentenza di Austin non parlava di sfruttamento economico della concessione d’uso del nome, ma nemmeno lo escludeva.
Ci fu una pausa di qualche giorno di febbrile consultazione tra i legali di tutto il mondo, poi cominciarono ad apparire le prime dichiarazioni ufficiali di possesso dei nomi propri. La velocità di propagazione del fenomeno fu spaventosa, dell’ordine di qualche migliaio di nomi per lingua al giorno. Anche se l’UNESCO si affettò a dichiarare che solo i legittimi genitori di un bambino potevano registrare un nome, questo non fece che aumentare i margini di lucro sul traffico di nomi per gli speculatori più spregiudicati. I telegiornali diffusero le immagini desolanti dei campesinos in fila da quattro giorni all’anagrafe di La Paz per registrare i loro figli, nella speranza di rivenderli (i nomi) immediatamente dopo. Venne creata una ONG di sostegno ai diseredati il cui scopo dichiarato era di favorire lo scambio di bambini in età di battesimo per permettere anche alle famiglie meno prolifiche di registrarne un minimo di quattro o cinque.
Nacque una nuova professione, il Cacciatore di Nomi. Bisognava andare in giro per le campagne, trovare vecchi contadini e pastori, riuscire a farli parlare e se si era fortunati a scovare qualche nome raro e precipitarsi agli archivi della Parrocchia per trovare un certificato che ne attestasse l’esistenza. Poi bastava comunicare il nome – ovviamente cifrato – al broker che provvedeva a trovare un finto padre con un finto figlio.
L’anagrafe di Roma rimase intasata per sedici giorni, quella di Lisbona dovette aprire dodici uffici succursali. Venne creata una Borsa Internazionale apposita, con sede a Bombay, per trattare le compravendite di nomi. Ci fu chi scelse la trasversalità (John, Jean, Giovanni, Juan) e chi la verticalità (Giuseppe, Peppe, Peppino, Pino, Pinuccio).
Intervistato su un sito WEB francese, l’allora Ministro dell’Educazione – ex professore esimio di linguistica – rispose divertito che se si riconosceva la possibilità di possedere un nome proprio, tanto valeva cominciare la compravendita dei nomi comuni, degli aggettivi e degli avverbi.
La profezia involontaria si avverò nell’arco di pochi giorni.
La Fiat comprò tutti i termini dell’area semantica legata a veicoli, motori. Dopo una battaglia memorabile, la Nestlé riusci ad accaparrarsi un superlativo dal valore inestimabile come “buonissimo” a spese di Barilla e Montebovi. Il governo riuscì appena in tempo a decretare l’inalienabilità delle parti invariabili e di alcuni sostantivi, verbi e aggettivi fondamentali, che vennero a costituire quello che ancora oggi si chiama LBP, “il lessico di base pubblico”. Purtroppo il decreto arrivò tardi di un soffio, e alcuni verbi percettivi erano già stati acquistati con una trattativa segreta dalla Sony.
Finita l’euforia del primi mesi, il primo problema concreto fu quello di calcolare precisamente e velocemente il costo di una sequenza di parole. Si pensò, all’inizio, ad una semplice somma dei valori delle singole parole. Questo procedimento, purtroppo, non teneva conto delle ripetizioni della stessa parola in un testo e delle offerte promozionali che abbassavano il prezzo.
Un giovane ricercatore di Cambridge formulò un teorema che passo alla storia col suo nome. Di un testo di mille parole si può facilmente calcolare il costo approssimativo moltiplicando per mille il Costo Medio per Unità Lessicale, il quale si sarebbe potuto ottenere facendo la media del costo delle parole di una Lingua in un certo momento, il che però sembrava impossibile. Il teorema fissava appunto i margini teorici di oscillazione del costo di una parola in base al numero delle sue parti grammaticali (prefisso, radice, desinenza) e alla sua etimologia.
Elegante, rivoluzionario, fece molto scalpore, ma si rivelò presto inutile. Comparvero subito accessori per i Word Processor più comuni in grado di facilitare il lavoro degli scrittori di professione. Collegati ad un database che si aggiornava in tempo reale tramite Internet, ad ogni parola scritta erano in grado di indicare in un display i dati del legittimo proprietario, la tariffa applicata in quel momento ed eventuali sinonimi più a buon mercato.
Questo meccanismo venne superato dalla generazione di software successiva, detta “adaptive”, che lasciava libero lo scrivente di occuparsi dei contenuti a prescindere dal costo lessicale: una volta impostato il profilo finanziario dell’utente, il programma provvedeva da solo a sostituire tutti i vocaboli che eccedevano una soglia media prefissata, tenendo conto delle alternative disponibili e cercando di limitare la distorsione linguistica risultante.
Naturalmente lo stile degli scrittori ne risultò modificato. All’inizio, ne risentì solamente quello degli scrittori meno facoltosi, come i giovani romanzieri e i giornalisti. Poi vennero lanciate simultaneamente due mode: quella della ricerca del “testo libero”, un componimento ideale in cui venivano usate solamente parole free, magari facendo ricorso a locuzioni interminabili, e quella opposta della “scrittura preziosa”, in cui si faceva sfoggio proprio dell’indifferenza per il costo delle parole. Prosa e poesia ricevevano così un nuovo significato, come limite estremo inferiore e superiore delle possibili realizzazioni di un testo virtuale.
Quello che ancora non era chiaro era fin dove doveva estendersi il diritto. Ai testi pubblicati dopo la promulgazione della legge o anche quelli precedenti? O addirittura tutti i testi pubblici? Secondo quest’interpretazione allargata ogni libro, ogni giornale, ogni volantino, ogni manifesto, ogni locandina avrebbe avuto un costo, e un costo quasi sempre proibitivo.
Prima ancora che la questione venisse chiarita, tutte le agenzie pubblicitarie si convertirono al multimediale, e la frequenza della pubblicità via telefono salì a uno spot ogni dieci secondi.
In questo periodo vennero anche eliminati gli elenchi telefonici e si diede inizio alla lunga operazione di sostituzione dei nomi delle strade con URL numeriche.
La Città del Vaticano esitò, poi fu emanata una Bolla che dichiarava l’extraterritorialità lessicale del Messale e della Bibbia.
E le parole elettroniche? Mettere su una pagina HTML, ma anche inviare una mail ad una lista di discussione, equivaleva a pubblicare parole, quindi era operazione soggetta al diritto lessicale: questo stabiliva un decreto del Ministero. E fu sciopero generale, il netstrike più totale mai registrato. Aderirono massaie e deputati, sacerdoti e calciatori. Prima vennero inviate milioni di mail vuote (o meglio, contenenti pagine e pagine di spazi bianchi) ai siti governativi, che si intasarono dopo quindici minuti. Poi fu la volta delle mail anonime contenenti le opere complete di Boccaccio, inviate ai centri di calcolo delle tariffe lessicali, che andarono in bomba tentando di valutarne il prezzo.
E alla fine, il vuoto.
La gente si astenne da ogni collegamento per ventiquattrore. Fu un’esperienza sconvolgente: quelli che l’hanno vissuta la descrivono come la catastrofe planetaria più importante dopo il Diluvio Universale. I motori di ricerca cancellati da un giorno all’altro, chiuse tutte le testate giornalistiche online. Ci furono ondate di suicidi, soprattutto tra i MUD-dipendenti e i moderatori delle liste di discussione.
Quando lo sciopero finì, erano rimasti in piedi praticamente solo i siti porno e le previsioni del tempo.
Alcuni Stati, come San Marino e la Confederazione Elvetica, promulgarono leggi locali che permettevano un uso praticamente libero delle parole non solo all’interno dei confini fisici dello Stato, ma anche all’interno dei siti WEB ospitati dai Provider residenti nello Stato. Furono i cosiddetti “paradisi lessicali virtuali”, che grazie a questa trovata appianarono in pochi giorni il debito pubblico. Naturalmente le vecchie “grandi potenze” non stettero a guardare e dichiararono un embargo inverso immediato nei loro confronti: ogni parola elettronica che usciva da quegli Stati doveva essere pagata fino a cinque volte il suo prezzo standard.
Resterebbero da descrivere questi ultimi incredibili anni, con tutti gli eventi inconcepibili di cui sono stati teatro.
Purtroppo il mio Word Processor mi segnala che il budget che mi è stato assegnato si esaurisce qui e
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WPAsisstant 3.1
Parole: 1573
Valore attuale del CMUL: 1965,4
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