steve's

Learning Analytics o solo tracciamento?

Mag
25

Anni fa sostenevo che la valutazione (online) andava arricchita con i dati. Che raccogliere le informazioni prodotte dalle azioni dei partecipanti ad un ambiente di apprendimento (discenti e docenti) poteva fornire strumenti utili ai docenti e ai discenti – per migliorare il percorso di apprendimento, per migliorare il corso. Ma avvertivo anche che non si trattava solo del “tracking“, del tracciamento di orari di ingresso e di uscita, di contare il numero di accessi. Occorreva raccogliere dati più significativi: per esempio, i percorsi (da dove a dove), per ricostruire lo stile cognitivo dello studente, i messaggi, i contenuti prodotti, le richieste di supporto, in generale le interazioni con i colleghi. Questo ovviamente avrebbe potuto essere fatto se l’ambiente registrava ogni azione, il contesto dell’azione, i suoi contenuti, e se questi dati venivano esposti in modo tale da poter essere visualizzati, confrontati e usati per avvertire il docente di anomalie di percorso (positive: originalità, e negative: ritardo) e permettergli di agire subito, o di ristrutturare il corso per il futuro. Di sicuro sarebbe stato necessaria anche un’analisi dei testi prodotti, cercando di categorizzarli in base a parametri (oggi si parla di sentiment analysis, ma in un senso ristretto). Ma soprattutto sarebbe stata necessaria una visione d’insieme degli obbiettivi, degli indicatori. Un paio di esempi modesti di lavori condotti in quest’ottica, con le tecnologie dell’epoca: questa presentazione (analisi_forum) che descrive l’analisi dei forum nella piattaforma Ansas (INDIRE) per i Dirigenti Scolastici nel 2006/2007 e quest’altra (strum_valutazione_2006) che descrive un possibile modello di interpretazione dei testi prodotti dai corsisti in un ambiente di apprendimento online. Cose di nessun valore ma che almeno cercavano di porre qualche questione in un periodo in cui del monitoraggio – in quanto puramente quantitativo – non interessava a nessuno.

Sono passati dieci anni, e il termine “Learning Analytics” è diventato un mantra, adottato da progetti , da fondazioni, e a cui si dedicano ricerche e  articoli divulgativi. Persino l’obsoleto SCORM (nel senso che anche chi l’ha proposto ha smesso di sostenerlo, anche se qui da noi non ce ne siamo ancora accorti) è stato sostituito dalle eXperience API che permettono di inviare informazioni sulle diverse attività di apprendimento ad un archivio esterno (LRS) secondo un vocabolario controllato per permettere analisi successive.

Non posso che esserne felice. Finalmente ci sono le risorse, economiche, tecniche e umane, per cercare di capire e migliorare i contesti di apprendimento sfruttando l’enorme quantità di dati che sono sottoprodotti dell’interazione didattica.

Quello che però sto vedendo recentemente sono tante proposte di ambienti che mettono l’accento sul termine “analytics” (a volte sinonimo di “accountability“, come qui ) ma per parlare semplicemente di tracciamento: “Know if your students are watching your videos, how many times and see the answers they give.” Piattaforme per docenti in cui è facilissimo inserire un video, poi un quiz, e voilà ecco i dati. Qui mi viene da chiedere: ma tutto quello che vuoi sapere dei tuoi studenti è quante volte accedono ad una risorsa? E per fare cosa?

Ma in effetti questo è quello che viene registrato. Poi però si scomodano i big data, il data ming, il machine learning, il cloud, per estrarre conoscenza dalle informazioni. Cioè invece di aumentare la qualità dei dati raccolti in partenza, si registrano informazioni atomiche (e banali) e poi si applicano complessi algoritmi per cercare di far emergere configurazioni significative.

Mi auguro che i prossimi passi siano invece quelli di definire meglio cosa si vuole raccogliere, di strutturare i dati in partenza, di permettere ai docenti e ai discenti di crearsi i propri strumenti di visualizzazione. Mi auguro che tutti gli esperimenti di MOOC interuniversitari adottino un approccio di questo tipo, nel rispetto della privacy e con l’obbiettivo di migliorare l’apprendimento e non di profilare gli utenti.

Intelligenza artificiale: media

Mag
23

Il tema dell’IA sta facendo capolino sempre più spesso sui media digitali.
Mi hanno colpito alcuni articoli.

1. Il docente robot
I fatti: al prestigioso Georgia Institute of Technology gli studenti del MOOC su IA hanno difficoltà a trovare le pagine  con i voti o i compiti e scrivono ai tutor chiedendo lumi.
I tutor a loro volta hanno difficoltà  a rispondere a tutte le email.
C’erano varie possibilità:
– migliorare l’interfaccia del MOOC mettendo in evidenza i link a alle pagina utili
– creare delle FAQ con le domande più frequenti e le risposte sensate.

Invece i gestori del corso hanno deciso di creare un BOT, cioè un utente automatico del forum che si basava sulle parole chiave e sulla somiglianza delle domande per fornire delle risposte. Dopo qualche esitazione, il software ha cominciato a funzionare bene e gli studenti non si sono accorti della differenza. Bravi, bell’esercizio.
Il primo commento che mi viene in mente (ma penso sia ovvio per tutti): beh, quel MOOC era proprio progettato malino. Se l’interazione studenti-tutor è talmente limitata che gli studenti non trovano nessuna differenza tra le consuete risposte umane e quelle di Jill Watson (il bot), significa che il corso non è era un granché interattivo. Vuol dire che va migliorato il modello didattico del corso, no?

Il titolo dell’artico però è: “L’insegnante è un robot. Ma non se ne accorge nessuno
Sottotitolo: “Si chiama Jill Watson, e fa l’assistente in un corso di programmazione. Nessuno degli studenti, però, si è accorto che è un computer.
Nel testo: “La piaga più grande dei corsi online”, ha spiegato Goel [Ashok Goel, il docente], “è l’alto tasso di abbandono da parte degli studenti. La causa principale è che gli studenti stessi lamentano di non avere abbastanza interazioni con gli insegnanti. Abbiamo creato Jill per fornire risposte e feedback più veloci. […] ”
Commento dell’articolista: “Chi meglio di un software per insegnare a programmare algoritmi di intelligenza artificiale?” Davvero. Ma qui non c’è nessun docente software…
Battuta finale: “E nessuno degli studenti si è accorto di avere a che fare con un computer. Qualcuno ha chiesto addirittura a Jill un appuntamento dal vivo. Impossibile, peccato.”

Insomma, il MOOC non brilla per la modernità del modello didattico – e gli studenti se ne accorgono –  ma il modo per riparare è fornire risposte più veloci? Si prende un compito ripetitivo di supporto, lo si automatizza: e questa sarebbe la formazione gestita da un’Intelligenza Artificiale? Una confusione tra docente, tutor, FAQ, supporto, insegnamento che non aiuta a promuovere una cultura dell’apprendimento digitale, ma la allontana sempre di più.

http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/05/20/news/insegnante_robot-140220189/

2. Machine learning for all

Titolo dell’articolo: “Soon We Won’t Program Computers. We’ll Train Them Like Dogs
Sotto (anzi, sopra)titolo: “The rise of Artificial Intelligence and the End of Code
Si parla delle reti neurali (che in realtà sono in giro da un bel po’) e di big data: tantissimi dati vengono proposti ad un algoritmo che cerca di riconoscere strutture invarianti. Dall’accento sul codice si passa all’accento sui dati. Questo modello di software viene presentato come il futuro: presto tutti i programmi saranno di questo tipo, e non ci sarà più bisogno di programmatori che scrivono codice.
Con le parole di Monaghan: “Our machines are starting to speak a different language now, one that even the best coders can’t fully understand. If you want to teach a neural network to recognize a cat, for instance, you don’t tell it to look for whiskers, ears, fur, and eyes. You simply show it thousands and thousands of photos of cats, and eventually it works things out. […] Programming won’t be the sole domain of trained coders who have learned a series of arcane languages. It’ll be accessible to anyone who has ever taught a dog to roll over. “For me, it’s the coolest thing ever in programming,” Thrun says, “because now anyone can program.”

Ora, a parte il fatto che di programmi che scrivono programmi ce ne sono sempre stati (i compilatori fanno appunto questo, con grande modestia), il machine learning si applica solo ai casi in cui esistono milioni di istanze che si possono confrontare – e non tutti i problemi cui si applica il software sono di questo tipo. A me pare che l’articolista si sia divertito a fare l’apocalittico (perderemo il controllo dei nostri software, tutti i programmatori a casa…) ma faccia finta di non sapere che i programmi si progettano, si producono, si valutano, si modificano, si biforcano. Prospettare un futuro di sole reti neurali significa ridurre tutte le attività dei programmatori alla sola scrittura di codice che implementa algoritmi.
Ancora, un riduzionismo mascherato da visione futuribile. Certo non aiuta a formare una generazione di coders creativi.

http://www.wired.com/2016/05/the-end-of-code/

Elaborazione di testi e fogli di calcolo: ma che palle…

Mag
21

Ieri ultima lezione prima delle presentazioni dei “project work” degli studenti (ovvero dei lavori di gruppo come preesoneri dell’esame). Avevo scelto un tema che  in realtà mi inquietava: elaborazione di testi e fogli di calcolo. Tradotto: Word e Excel. Il resto del corso  è stato sulle reti, i diritti dei cittadini, la privacy, l’accessibilità, e poi avrebbe dovuto toccare mappe, strumenti di collaborazione online, software didattico. Ma mi sentivo in dovere di parlare anche di strumenti che gli studenti di un’Università si suppone che sappiano usare, anche se nessuno gliel’ha insegnato.
Siccome non sono un guru di Word, non conosco a memoria tutte le funzioni di Excel, anzi per la verità non uso nessuno dei dueda quindici anni, mi sono domandato come faccio spesso: qual è la specificità di questa situazione? cosa posso proporre io a  questi studenti di terzo anno, in procinto di laurearsi, che non possano trovare su Youtube o in un libro “Word for Dummies”? Come può aiutarli il fatto che trent’anni fa ho scritto il codice sorgente di un word processor, in Pascal? Qual è il mio valore aggiunto?

Le risposte che mi sono date le elenco qui, magari sono utili a qualcun altro.
1. La storia delle tecnologie della scrittura e del calcolo (supporti, strumenti, conservazione) serve a capire che ci sono modelli d’uso che non si capiscono se non riportandoli alle tecnologie precedenti. Il Caps Lock sulle tastiere dei computer…
2. La storia serve a distinguere gli aspetti davvero nuovi da quelli di re-mediation. Invenzioni, passione. Cosa ha provato il tizio che ha inventato Visicalc, quando non esisteva niente di simile nel mondo? Perché la gente scrive programmi, inventando modi che non esistono di trattare le rappresentazioni del mondo?
3. La storia serve pure a relativizzare la maniera di fare le cose che pensiamo sia unica. La pietra è stata superata dal papiro, dalla pergamena, dalla carta, dal CDROM e dal disco a stato solido. Quando vogliamo lasciare una traccia per gli alieni sulla luna, quale supporto scegliamo? e quale formato?
4. Distinguere alcuni concetti base  può essere util a cavarsela quando le cose non vanno come pensiamo. Usiamo file di cui non sappiamo quasi nulla (chi ha mai aperto un file ODT o DOCX per vedere cosa c’è dentro?) e confondiamo formati, oggetti e supporti. Così a volte siamo bloccati.
5. Word ed Excel non sono solo programmi che fanno cose, sono ambienti dentro cui io posso fare cose. Ambienti che posso usare per scopi diversi. Li posso estendere, adattare, ridurre. Li posso collegare ad altri software. Li posso usare da solo o con altri.
6. Non c’è solo scrivere o mettere numeri, c’è anche – eventualmente, non necessariamente ! – progettare e costruire un testo o gruppo di testi, una matrice o una serie di matrici collegate. Gli artefatti digitali sono flessibili “per loro natura”: si può partire dalla fine e tornare indietro.
7. Ci sono modelli d’uso diversi e obiettivi diversi: risparmiare tempo automatizzando compiti, assicurarsi della validità dei dati, scoprire cose nuove (con le statistiche  o con la risoluzione delle equazioni lineari).
8. Prima dei menù ci sono gli obiettivi. Voglio fare questa cosa: ci saranno una o più strade per farla, me le vado a cercare. Sono ambienti da scoprire un po’ alla volta. Non serve studiare tutto il manuale prima di lanciare Excel.
9. Distinguere i dati dalla struttura di quei dati e dall’interfaccia verso quella struttura è utile, perché permette di fare più cose: strutturare diversamente i dati, applicare interfacce diverse.
10. Non conosco MS Excel 🙁 , ma conosco Libre Office Calc. Ho verificato che in generale gli studenti non sanno nemmeno che esistono alternative.E così non possono scegliere.

Alla fine è questo che ho fatto: ho provato a suggerire visioni allargate, a condividere la mia passione e creare un po’ più di consapevolezza. Tanto peggio per le tabelle pivot e i documenti master, li studieranno un’altra volta.

Formazione e PNSD: il nuovo sito

Mag
17

Finalmente oggi (17 maggio) è online il sito di accompagnamento alla formazione del PNSD.

Schermata da 2016-05-18 11:15:13

http://www.formazionepnsd.it/

Premessa dovuta: non ce l’ho a priori né col MIUR, né con il ministro (la ministra?) né con chi orchestra il piano o chi lo realizza concretamente.

Sono solo un cittadino che ha due figli in età scolastica, che ha una certa esperienza in siti, piattaforme e didattica con le tecnologie digitali. Per cui avendo in mente questi destinatari finali e con questo ingombrante bagaglio, pieno di buona volontà, vado a vedere come è fatto e cosa contiene il sito che fino a ieri era fantasma. Giuro, senza preconcetti. Il sito è fatto con WordPress. Perché no?

E’ colpa mia se provo a leggere i documenti sull’accessibilità (che è un obbligo sancito da una legge dello stato) e non li trovo? Nel senso che il link (in basso a destra) c’è, ma non porta da nessun parte, al momento. Arriverà.

Vado alla sezione “contenuti digitali”, guardo il video di Gino Roncaglia e poi cerco le risorse relative all’Azione 22 “Standard minimi e interoperabilità degli ambienti on line per la didattica“. Non c’è ancora nulla. Peccato, era un tema interessante, che doveva secondo me trovare il giusto spazio anche nel recentissimo bando sulle biblioteche scolastiche. Dove si lascia che 500 scuole progettino un ambiente fisico e digitale per permettere l’accesso da parte degli studenti a contenuti digitali, ma senza indicare appunto standard minimi per l’interoperabilità di questi 500 ambienti. Standard non di digitalizzazione di libri, ma appunto di interoperabilità, che permetterebbero di far parlare questi 500 ambienti, fare ricerca trasversali, e chissà che altro. E’ vero, ci sono anche 44.000 € per un progetto che appunto dovrebbe costruire un sistema informatico che metta in rete tutti gli altri, ma… a posteriori? Senza indicare un minimo di regole generali per facilitare appunto l’interoperabilità?

Pazienza, arriveranno risorse anche in questa sezione. Ci sono però già risorse nelle altre aree, per esempio l’Azione 23 Biblioteche Scolastiche come ambienti di alfabetizzazione all’uso delle risorse informative digitali. Ci sono quattro articoli con fonte INDIRE. Ma come si punta a queste risorse? Come sono categorizzate? Che metadati? Che licenze? Niente.

Per esempio, la URL di una risorsa è http://www.fupress.net/index.php/formare/article/download/15439/15119. Dalla URL non capisco nemmeno che è un file PDF. Un altro link invece punta a  http://www.scuolavalore.indire.it/nuove_risorse/il-podcast-a-scuola-3/. Se vado sul sito Scuolavalore di  INDIRE (anche lui fatto con WordPress, per dire) trovo finalmente qualche metadato (argomento, grado, tipologia, condizioni d’uso, livello didatec) e delle tag (podcast, flipped learning, mobile learning). Posso fare una ricerca per argomento, grado, etc.

Schermata da 2016-05-18 11:09:45

Invece le risorse censite sul sito formazionepnsd.it non hanno una URL “parlante” e univoca (che so, http://www.formazionepnsd.it/competenze-e-contenuti/contenuti-digitali/3) che si possa inserire in un percorso di formazione, linkare, condividere. E non c’è nemmeno una ricerca, al momento.

Ma non sarebbe stato più utile, che so, un censimento dei repository di risorse didattiche di qualità? O meglio un meta-motore di ricerca che permettesse ai docenti di cercare risorse contemporaneamente su http://www.scuolavalore.indire.it, su https://www.oercommons.org/advanced-search, http://freeloms2.pa.itd.cnr.it/xmlui/advanced-search ?

Schermata da 2016-05-18 11:12:48

 

O magari – esagero – un pezzettino di HTML da copiare e  inserire in qualsiasi sito scolastico e permette di fare la stessa ricerca direttamente da lì? O al contrario, un modulo dove segnalare al MIUR il proprio repository scolastico di risorse educative in modo che sia possibile includerlo tra quelli ricercabili?

Ergo: non è un portale di risorse per la formazione, è una vetrina in cui vengono selezionati e mostrati link ad altre cose. Non è un archivio di risorse, né una porta verso altri archivi; è solo un sito gestito con WordPress. Non è pensato per essere usato da altri siti e portali o piattaforme, cioè per essere interoperabile. Bisogna entrare e navigare, e poi andare altrove.

Niente, non avevo capito.

 

Il mondo della rete spiegato ai ragazzi

Mag
08

Segnalo due ebook preziosi per spiegare Internet e il digitale in un linguaggio accessibile a tutti, ma in particolare dedicato ai ragazzi. Con l’obiettivo di fornire strumenti per un critica digitale, che non significa abbandono né rifiuto. Due testi che nascono digitali (Epub) ma che si nutrono di incontri fisici con gli studenti; che parlano di diritti di cittadinanza digitale ma tradotti in pratica.

Non sarebbe male se li leggessero anche i docenti e i genitori. La prossima edizione magari si potrebbe chiamere “il mondo della rete spiegato (d)ai ragazzi”
mondo_internet

http://www.gessetticolorati.it/reteragazzi/

Con le parole dell’autore, Rodolfo Marchisio:

Attraverso l’esplorazione dei molti temi che il mondo della rete propone si vogliono però dimostrare alcune tesi ben chiare:

1. Le competenze digitali sono oggi fondamentali competenze di cittadinanza e quindi competenze chiave. Sulla conoscenza del mondo digitale si gioca molta parte dei nostri diritti e delle nostre libertà.

2. Il problema centrale non è mai stato alfabetizzare, imparare a programmare o le competenze tecniche, ma la formazione di competenze digitali come cammino verso la cultura digitale, oggi indispensabile.

3. La cultura digitale deriva da competenze che si formano facendo esperienze significative insieme, tra ragazzi e con gli adulti. La consapevolezza non la si racconta. La si costruisce attraverso esperienze, errori, riflessioni.

4. La cultura digitale, come conoscenza e riflessione dei problemi del mondo della rete è quella che permette di essere consapevoli, di scegliere in modo critico, di dominare e non essere dominati.

5. Quello che sappiamo della rete e che della rete usiamo è molto meno di quello che la rete è come realtà, che spesso ci domina. Leggete per credere…

6. Il sistema economico che domina la rete (e quindi noi) è basato non sulla libera concorrenza e sull’economia di mercato, ma su monopoli, controllo del mercato e dei consumatori, sfruttamento del lavoro. Come all’epoca della rivoluzione industriale del 1700 e 1800.

7. Purtroppo il capitalismo non si rinnova, si ripete: dalla concorrenza e dallo sfruttamento del lavoro, al controllo del mercato e quindi allo sfruttamento anche degli utenti e dei consumatori. Sino alla colonizzazione degli utenti, in questo caso digitali. Storia vecchia.

8. Le possibili alternative sono, sul piano personale acquisire una cultura digitale critica, sul piano economico e sociale, cercare di fare scelte coerenti con altri modelli economici: un’altra economia e un’altra società. Che prenda anche esempio dalla rete.

9. Le etichette che si usano troppo spesso (“nativi digitali”) e i giudizi affrettati non ci aiutano a capire. Semplificano cose complesse. Ci aiutano studi seri, riflessioni ed esperienze. Meno teoria, meno opinioni e più ricerca.

No More Pencils, No More Books

Mag
08

Grazie alla segnalazione di Gino Roncaglia, ho letto l’interessante  (e lungo) articolo di Will Oremus su Slate

No More Pencils, No More Books
Artificially intelligent software is replacing the textbook—and reshaping American education.

http://www.slate.com/articles/technology/technology/2015/10/adaptive_learning_software_is_replacing_textbooks_and_upending_american.single.html

L’articolo parte da una classe di pre-algebra al Westchester Community College di Valhalla, New York.
Gli studenti lavorano individualmente con ALEKS (Assessment and Learning in Knowledge Spaces), che è un software di istruzione programmata sviluppato da un  team di  matematici, scenziati cognitivi e ingegnieri software all’università UC–Irvine negli anni  1990.
L’articolo parte dal fenomeno della conversione degli editori di manuali, come McGraw-Hill e Pearson, verso il digitale, cioè verso la produzione di “corsi adattivi”, e risale alle teaching machines skinneriana memoria, al Learning’s Cognitive Tutor for algebra della Carnegie University, per poi citare i risultati controversi di vari studi sull’efficiacia degli strumenti digitali, MOOC compresi.

Oremus parla di un settore particolare dell’apprendimento digitale, che sembrerebbe stare riprendendo vigore in USA – quello dell’adaptive learning, ovvero degli strumenti automatici di insegnamento –  ma il tema ne tocca da vicino altri. Vale la pena farne una lettura approfondita, e ve lo consiglio. Approfitto per qualche nota a margine, con l’occhio naturalmente alla situazione italiana. Dove ci sono siti che offrono ripetizioni online, corsi su Youtube e MOOC, ma ancora non si vede un mercato per l’adaptive learning.

Anni fa, Roberto Maragliano parlava di tre possibili rapporti tra media ed educazione. Si possono insegnare i media, insegnare con i media e insegnare dentro i media. Applicato ai media digitali, la classificazione forse non è così facile (un ambiente come Scratch a quale categoria appartiene?) ma è comunque utile. Oremus sta parlando della seconda categoria.

Un primo elemento intessante che emerge dall’analisi (ma forse è abbastana scontato) è senz’altro l’ambito disciplinare: possono essere oggetto di didattica digitale solo gli ambiti in cui c’è una risposta esatta. Dice Ulrik Christensen, McGraw-Hill Education:

How much you can automate depends on what you’re trying to teach. In a math class like Whelan’s, the educational objectives are relatively discrete and easily measured.[…]
ALEKS is designed only to work for math, chemistry, and business classes.[…]
Adaptive technologies presume that knowledge can be modularized and sequenced

Non dovrebbe essere una sorpresa, no? La prima domanda è se tutta la conoscenza può essere modularizzata e messa in sequenza, e se convenga farlo. Wikipedia è un esempio di conoscenza modularizzata ma non sequenzializzata. La nostra ADA (non il linguaggio e nemmeno la signorina Lovelace, ma la piattaforma di elearning) si basa su frammenti di conoscenza reticolare, collegati fra loro.

Con le parole di un ricercatore del MIT che si occupa di “digital learning “,  Justin Reich, i computer “are good at assessing the kinds of things—quantitative things, computational things—that computers are good at doing. Which is to say that they are good at assessing things that we no longer need humans to do anymore”

Qui l’accento si è spostato sulla valutazione. E’ interessante notare che il punto critico non sembra essere l’organizzazione della disciplina, ma la tecnologia. Cioè non si dice che il problema è che dove non è facile descrivere in una struttura competenze, conoscenza, relazioni, test, allora non è possibile creare una versione automatica (digitale o meno) del tool adattivo, ma semplicemente che i computer sono troppo stupidi per trattare cose complesse.
Mi pare che questo abbia a che fare con la visione dicotomica delle scienze  in scientifiche e umanistiche. Quelle scientifiche sono quelle in cui ci sono fatti e teorie verificabili, quelle umanistiche sono le discipline in cui vale solo il forse, può darsi, credo che. Quindi dove non si può fare valutazione quantitativa.

Ho dei dubbi che questa divisione sia accettabile. Così si ignora completamente la storia delle discipline, la storia degli errori, il rapporto tra teorie di fondo e “fatti”. Anni di studi di epistemologia e storia delle scienza buttati al vento.

Quando il dominio non è quantatitivo, comunque, McGraw-Hill propone un altro software, Learn Smart, e un nuovo sistema, che si chiama Connect Master.

But Connect Master takes less of a behaviorist approach than a conceptual one, asking a student to show his work on his way to solving a problem. If he gets it wrong, it tries to do something few other programs have attempted: analyze each step he took and try to diagnose where and why he went wrong

L’esempio che viene portato nell’articolo è divertente. E’ un pezzetto di software (del Carnegie Mellon’s Pittsburgh Advanced Cognitive Tutoring Center) che chiede di svolgere un’addizione tra frazioni, riportando i denominatori ad un mcm. Se si commettono errori, il software commenta e suggerisce.
Ma se, ad esempio, si sceglie un denominatore comune più grande del mcm, il sofware non sa bene che fare. Obiettivamente il risultato è corretto, ma il software non riesce ad accorgersene. Qui chiaramente, come riconosce Oremus, non c’è intelligenza artificiale. Sarebbe meglio dire che la conscenza del dominio è cablata nel software.

Il problema però è che

Accurately diagnosing a student’s misconceptions is a harder conundrum than you might think, explains McGraw-Hill Education’s Christensen. An algebra problem may have only one correct answer. But there are countless not-incorrect steps that a student could theoretically take on the path to solving it. If you’re not careful, your software will tell you you’re on the wrong track, when in fact you’re just on a different track than the one your textbook authors anticipated.

E qui sono daccordo. Per un breve periodo, parecchi anni fa, ho perso il mio tempo in un gruppo di ricerca di IA applicata all’educazione, in un Università romana. Uno dei temi era il modello dello studente, basato sulle misconception, cioè sui punti di partenza (sbagliati) del ragionamento (corretto). Ricordo che quando ho provato a intrudurre l’idea di un modello di studente in cui non fossero tanto errati i punti di partenza, ma le regole di deduzione, mi hanno guardato come un marziano.
E poi mi hanno rispedito a casa.
Non era il MIT e non era il 2016.

Più o meno nello stesso periodo, ma in un’altra facoltà, lavoravo ad un software che cercava di ricostruire i modelli di categorizzazione di ragazzini con difficoltà di apprendimento.
Al ragazzino veniva proposto una figura geometrica colorata e gli si chiedeva di collocarlo insieme ad altri, selezionando le caratteristiche significative (colore, forma, dimensione). Il software in origine non aveva scopi diagnostici, ma solo terapeutici. Quello che ho cercato di fare  è raccogliere i dati dell’interazione e far costruire al software un’ipotesi sul modello di categorizzazione usato dal ragazzino.
Ora io lavoravo da solo con competenze scarse e raffazzonate, e qundi ho lasciato perdere. Mi fa piacere scoprire che da qualche parte c’è qualcuno che sta ancora studiando il problema.

Però mi stupisce che vent’anni dopo si stia più o meno allo stesso punto. Che ciclicamente ritorni l’idea di un software che propone contenuti, valuta la conoscenza dello studente e poi gli propone altri contenuti. Senza provare a costruire un modello della disciplina insegnata che possa comprendere non solo l’algebra, senza provare a introdurre il lavoro di gruppo, la costruzione di conoscenza collaborativa, gli stili cognitivi personali. Senza immaginare ambienti in cui la connessione tra parti sia esplicita, visibile per il corsista, che può scegliere e costruirsi percorsi.

Vedo, da vent’anni, sempre e solo due strade: la presentazione di contenuti in sequenza oppure il ritorno alle teaching machine ma con computer più potenti e più multimedia. Due strade che hanno in comune la svalutazione dello studente e delle sue metacompetenze.

Verso il termine dell’articolo viene affrontato il tema del’uso dei dati e della privacy.

By tracking everything they read, every problem they solve, every concept they master, Knewton could compile a “psychometric profile” on each student that includes not only what she learned but how readily she learned it, and at what sorts of problem-solving she struggled and exceled. That sort of data could be of great interest to admission committees and employers. It could also, in theory, erode the privacy that has traditionally surrounded young people’s schoolwork.

Ecco: dopo che ormai tutti hanno capito che i profili delle persone che usano i servizi gratuiti offerti sono un valore molto più grande dell’eventuale ritorno da abbonamenti agli stessi servizi, Oremus si accorge che nel momento in cui questo avvenisse per l’educazione ci sarebbe un mercato ghiotto. Con buona pace dei progetti di Learning Analytics (es. LACE http://www.laceproject.eu/)

La conclusione riporta un aneddoto famoso, di trent’anni fa, che suona più o meno così.

Un professore pone ai suoi alunni il seguente problema “Ci sono 125 pecore e 5 cani in un gregge. Quanti hanni ha il pastore?”
Tre quarti degli studenti rispondono con un numero, dopo aver tentato varie operazioni.
Il succo dell’articolista è che gli “adaptive software” formeranno generazioni di studenti capaci di applicare operazioni, ma non di dare la risposta “corretta” (che dovrebbe essere “che significa questo problema? ho abbastanza dati per rispondere?”).
Ora temo che il dubbio legittimo di Oremus non si applichi solo ai software, ma a tutta la formazione scolastica, che non punta a mettere i discenti in condizioni da porre domande, ma solo di trovare risposte a problemi di dubbia utilità. Ed è naturale che i software didattici (adaptive) non facciano che replicare questo schema.

Il nuovo sito PNSD e’ online … o quasi

Mag
08

E’ online il nuovo sito del Piano Nazionale Scuola Digitale.

Tra le news di venerdì 6 maggio 2016 trovo:

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06-05-2016
Piano nazionale scuola digitale
On line il nuovo sito con una veste grafica moderna e una navigazione semplice e intuitiva.

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Ho provato a rendermi conto di persona delle novità e dei vantaggi. Moderno significa che adotta lo stile monocolonna, o quasi, abbandonando il modello “giornale”, con riquadri e finestre (per intenderci, quello di  http://www.istruzione.it/). Sicuramente ci saranno molti meno contenuti nella pagina, anzi con uno schermo piccolo se ne vedono veramente pochi. Ma è responsive e questo è l’importante.

Premessa: se fosse un sito di una qualsiasi amministrazione pubblica, probabimente non ci sarebbe troppo da aspettarsi. Ma qui si tratta della vetrina del Ministero nel momento in cui spinge le scuole ad avanzare sulla strada del digitale. Non  è solo un raccoglitore di contenuti e news, è anche un modello di cosa si intenda, oggi, per comunicazione digitale istituzionale. E in particolare, è un modo per dire alle scuole: ecco, i siti per i docenti si fanno così. Vale la pena esaminarlo da vicino.

Purtroppo il sito è ancora chiaramente incompleto (ma allora perché pubblicarlo? Non si poteva aspettare qualche giorno?).

Ad esempio tutti i link a “Materiali per laFormazione” (cioè l’attesissimo repository di contenuti formativi da usare per la formazione degli animatori digitali, immagino), cioè http://www.formazionepnsd.it/ portano ad una pagina bianca con la scritta desolante:
Sito di prossima pubblicazione

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Aggiornamento del 17 Maggio: ora il sotto-sito sulla Formazione è online. Se volete dare un’occhiata ai primi commenti
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Idem per il link evidentissimo, in rosso “Scarica la app”: porta a http://www.istruzione.it/scuola_digitale/app.shtml, ma qui trovo scritto solo: In arrivo. Però c’è la brochure, una pagina in PDF con le schermate della app. Nella prima però c’è Lorem ipsum dolor sit amet…

La sezione sugli animatori digitali è molto attesa e immagino la più  gettonata in questo momento.
http://www.istruzione.it/scuola_digitale/prog-animatori-digitali.shtml
Anche qui il menù laterale contiene ancora 4 elementi su 9 disattivi (Finanziamenti, Video, Mappa e Gallery). Ripeto, ma che fretta c’era?

La pagina sull’accessibilità non è stata aggiornata, probabilmente si riferisce ad una versione precedente del sito, in Liferay. E in effetti non sono certo che questa versione sia accessibile. Non ho fatto un’analisi precisa, non spetta a me. Chi è interessato può provare con un servizio di validazione come http://achecker.ca/checker/index.php. Però:
I link hanno tutti un “title”, ma che contiene sempre “vai alla pagina”.
Quando il testo del link è “Approfondisci” e il suo contesto si ricava solo dall’immagine precedente (es. Avvisi e Azioni), non si capisce davvero come si possa fare con un browser testuale o con uno screen reader per capire dove porta il link.

Alcune immagini (come questa) hanno una dimensione ragguardevole, ovvero circa 500 kb, 1400×1600; ma nella pagina sono ridimensionate a 150×150. Si potevano ridimensionare prima e ridurre la banda consumata inutilmente?
Peraltro non hanno un’alt, il che rende impossibile capire di cosa parla il link che le segue. Va bene, si può migliorare.

Passo alla sezione Schoolkit, forse la più interessante (in attesa della Formazione).

http://schoolkit.istruzione.it/

CHE COSA SONO: Modelli di istruzioni per accompagnare le scuole nell’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale.
A COSA SERVONO: Rispondono a una domanda chiara e aiutano a risolvere un problema o sviluppare una pratica innovativa

In pratica, i kit sono delle schedine, categorizzate per Titolo, Produttore e Sezione (tre: Formazione, Competenze, Strumenti).
I produttori sono MIUR, Partner istituzionali o privati, Comunità Scolastica. Di questi però non esiste una pagina che spieghi chi sono, o almeno io non l’ho trovata.

Nelle schede ci sono altre informazioni (ma nel testo, non come campi o tag separati), ovvero l’azione del Piano cui si riferisce, chi li ha prodotti, quali destinatari, la tipologia di scuola, la descrizione. E la sintesi in un tweet, con tanto di hashtag (es. #cooperativelearning).
Il sito delle schede è realizzato in WordPress (ma perché non c’è scritto?). Dichiarazione di accessibilità? Qui non è dato sapere, fate la prova.

La ricerca è full text su tutto il sito, e forse non potrebbe essere diversamente. In pratica significa che se cerco “wordpress” rischio di trovare una scheda che non parla affatto dell’uso di wordpress per la didattica, ma che contiene un link ad un blog su WordPress.com.
I termini vengono cercati in AND – forse sarebbe stato utile spiegarlo. Vuol dire che se cerco “wordress drupal” non trovo le schede che parlano di WordPress o di Drupal, ma solo quelle che parlano di entrambi.
Peraltro per effettuare una ricerca bisogna tornare nella home page della sezione. Ma dov’è il link?

E’ vero che le schede per ora sono solo 12, ma sarebbe stato utile un sistema di ricerca un po’ più moderno, per selezioni successive, a “faccette” (p.es Strumenti/Infanzia/Laboratori). Magari includendo gli hashtag, altrimenti che ci stanno a fare?

Le schede si possono scaricare in PDF, il che è mediamente utile, a meno che non si vogliano stampare. Stampare?

Mi domando anche come funzioni il processo di pubblicazione: c’è qualcuno che valida le schede ricevute? Sembrerebbe di si, a giudicare dalle istruzioni per inviare una proposta, http://schoolkit.istruzione.it/invia-uno-schoolkit/ e dal modello di scheda http://schoolkit.istruzione.it/wp-content/uploads/2016/03/Form_COMESCRIVEREUNOSCHOOLKIT.odt.

Prendo una scheda a caso, la prima: http://schoolkit.istruzione.it/schoolkit/creare-un-archivio-condiviso-materiali-didattici/

Il tema è molto interessante, almeno per me. Ci sono tante questioni aperte: cosa inserire, come (meglio linkare o copiare?), come gestire gli aggiornamenti, come gestire la pubblicazione. C’è la questione apertissima del rapporto tra diversi archivi (locale, territoriale, nazionale, europeo…) e degli standard da adottare, delle lingue da usare nelle descrizioni. Insomma, un mondo.

Leggo nella scheda:

“Un repository si basa appunto su un modello di co-produzione quando promuove una produzione collaborativa delle  risorse, offrendo uno spazio in cui condividere e scambiare materiali, dove gli utenti sono sia autori che  consumatori dei materiali.”

Bene. Non è solo un archivio, c’è intorno una comunità, si discute, si commenta.

“Sicuramente sarebbe opportuno creare una netta separazione tra ciò che è fruibile dai docenti e ciò che può essere anche utilizzato dagli studenti (come schemi, mappe precostituite, link catalogati per destinazione d’uso)”

Certo. Anche se una fluidità maggiore non guasterebbe…

“La catalogazione deve essere chiara, con il materiale ben distinto in categorie diverse e raggiungibile attraverso la funzione cerca.”

Beh, ci mancherebbe altro.

“Il repository deve avere un suo regolamento condiviso da tutti e accettato da chi entra nella sezione per fruire del materiale, bisogna individuare quindi, anche una policy di riutilizzo delle risorse individuate (eventuale licenze d’uso, utilizzo di immagini non coperte da copyright), il diritto d’autore su materiale prodotto (scelta di rendere libero il proprio materiale prodotto con il solo vincolo di citare la fonte, cioè l’autore originale dell’attività didattica, del progetto)”

Un po’ poco per una policy… Sembra più un riassunto, ma si può davvero fare una policy con queste indicazioni? Non è chiarissima tutta la questione del licensing (“eventuali licenze, immagini non coperte da copyrigh, diritto d’autore, materiali liberi…”: per tutto questo esistono delle linee guida, delle licenze. Magari sarebbe utile segnalarle).

Tra parentesi, la stessa sezione degli schoolkit avrebbe potuto essere un modello di archivio, ma mancano molte caratteristiche indicate nella scheda. Si, la licenza delle schede è CC  BY SA 3.0 (dal 2013 però le licenze Creative Commons sono alla versione 4.0…). Bene: significa che ogni scheda si può riusare, anche a scopo commerciale, purché resti invariata la licenza e si citi l’autore. Solo che BY è difficile da applicare se non c’ è un’indicazione precisa dell’autore.

Ah, nel footer di tutto il resto del  sito “scuola digitale” è invece scritto Tutti i diritti riservati © 2016. E alla pagina http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/hub/note_legali si dice “Per fini di lucro è consentito utilizzare, copiare e distribuire i documenti e le relative immagini disponibili su questo sito solo dietro permesso scritto (o egualmente valido a fini legali) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, fatte salve eventuali spettanze di diritto.” Insomma, CC o no? Boh, bisognerà chiedere ad un legale.

 

Continuo a leggere, ma purtroppo non trovo nessun link a schemi di catalogazione standard o a buone pratiche, ad esempi esistenti di repository scolastici o a progetti europei, come RSP (http://www.rsp.ac.uk/start/). Vado allora al punto degli strumenti.
“Il repository puà essere condiviso:

  •  sito della scuola (creando un apposito spazio riservato ai docenti)
  •  un servizio cloud (dropbox, google drive)
  • una piattaforma di e-learning (moodle, fidenia, edmodo per interagire con i docenti della scuola)
  •  un eventuale sito/repository con accesso per i docenti (creazione di un sito esterno collegato al sito della scuola attraverso un banner in home).”

Ovvero non è indicato nessuno strumento specifico per i repository di risorse, che so,  Fedora http://fedorarepository.org) o Dspace (http://dspace.org/).  O almeno una piattaforma come ILIAS che è centrata proprio sul repository di contenuti e permette di catalogare in maniera fine i materiali. Come si fa con Dropbox a categorizzare i materiali? E a gestire le licenze, l’accesso separato docenti/studenti? E come ci si collega ad altri archivi, di altre scuole per una ricerca federata, o per evitare inutili doppioni? O un archivio è solo una cartella piena di file?

Tra i link utili c’e una guida a Wix (su Youtube), degli esempi di siti fatti con Wix (quello della scuola che propone la scheda). Ma perché un servizio commerciale come Wix? Per chi non lo sapesse, Wix è un’azienda con sede a Tel Aviv e uffici in USA e Lituania che offre un servizio di pubblicazione di siti facile e gratuito. E che c’entra con un archivio di materiali didattici? Mi sfugge qualcosa sicuramente.

Le risorse necessarie sono tutte interne. Costi: zero. Meno male.

Ora, tanto rispetto per chi ha proposto la scheda, ma di lavoro da fare per renderla utile ad una scuola che voglia costruire un archivio  condiviso di materiali didattici, ce n’è. Prima di pubblicarla in fretta e furia, si poteva migliorarla un po’.  O forse il problema sono le dimensioni: più di quello che c’è scritto non ci poteva stare nel modello.

E allora la questione è più seria: ma ha senso una scheda che spieghi in due parole come si fa un archivio di materiali didattici? E’ un argomento del tipo trattabile con un  “how to”? Guarda è facile, clicca qui e poi qui… Non serve nessun riferimento alle motivazioni, agli obiettivi, ai modelli d’uso? Davvero una scheda così “aiuta a risolvere un problema o sviluppare una pratica innovativa”?

 

Insomma, credo che il nuovo sito PNSD abbia ancora parecchio cammino da fare.