steve's

Web 2.0 Education

Set
26

Qualche anno fa la media education veniva interpretata come una educazione all’analisi critica dei media. I media – almeno quelli di interesse dei pù giovani – erano all’epoca i fumetti e la televisione. Erano i tempi della pubblicità cattiva e della violenza nascosta, contro cui i ragazzi andavano vaccinati. Poi si passò ad un atteggiamento più aperto: educare ai media significava (anche) insegnare a riusare quegli strumenti e quelle modalità comunicativa, magari per fini diversi.
Oggi che, come dice de Kerckhove, “la pubblicità è finita”, e Google propone le sue Apps for Education (www.google.com/apps/Intl/it/edu), si sente il bisogno di un po’ di “web 2.0 education” , nel primo dei due sensi delineati sopra. E non solo perché il Copasir ha sollevato la questione del rischio intrinseco per la sicurezza nel cedere la rete telefonica nazionale ad un operatore straniero, o che Snowden ci ha ricordato che le maniere per raccogliere informazioni sono tante e non tutte prevedono l’accordo dell’utente.
Dovrebbe essere un corso obbligatorio a scuola ma anche all’università. Immagino che il sillabo del corso dovrebbe comprendere anche le questioni legate alla qualità dei contenuti e alla certificazione delle competenze di chi li produce; ma prima di tutto dovrebbe contenere un glossario in cui vengano spiegati tre termini chiave: gratuità, connettività, concentrazione.

1. Gratuito
Gratis significa che si paga in qualche altro modo, o che lo paga qualcun altro. Eravamo abituati al gratuito sponsorizzato (Carosello, le radio private), il gratis promozionale (i primi tre mesi non li paghi), alla modalità freemium (non paghi il livello di servizio base, ma solo quello professionale) o al gratuito perché pubblico e sostenuto con le tasse. Software gratuito significava, soprattutto da noi, copiato. Poi è nato un modello di business “opensource” in cui il software puà essere libero e gratuito, perché quello che è venduto sono le competenze e non le licenze d’uso.
Oggi ci sono molte più contenuti e servizi offerti gratuitamente, solo che è meno chiaro dove sta puntando il gentile offerente e da dove trae le risorse per sostenere la sua offerta. Meno chiaro per l’utente, ma non tanto misterioso.
Sono gratis le app per smartphone, ma chi si cura più di controllare che uso fanno delle informazioni cui hanno accesso (rubrica, messaggi, posizione)? Sono gratis le web applicazioni di Google, dalla ricerca alla posta al calendario alla suite “office”. Quanto ci abbiamo messo a dimenticare che il risultato delle ricerche fatte da noi tiene conto del nostro profilo, costruito con tutti questi dati, e quindi finiamo per trovare solo quello che è calcolabile che ci interessi? E’ gratis lo spazio che ci offrono sulle nuvole (Dropbox, SugarSync, Amazon,…). Di chi diventano i dati che mettiamo dentro un qualsiasi host remoto? Quale normativa ne protegge l’accesso? Possiamo essere sicuri che una volta cancellati non ne restino residui?

2. Connesso
E’ bello poter essere connessi sempre e ovunque. Passare da una rete all’altra (non solo nel senso del roaming telefonico, ma anche passando dalla rete telefonica a quella wifi, usando lo stesso dispositivo e la stessa applicazione) fa sentire leggeri e mai più soli: among the clouds, in tutti i sensi. Ma significa anche fornire dati completi su ogni parte della nostra vita, con tanto di dove e quando. Se le informazioni sono il petrolio del nuovo millennio, allora più sono raffinate, meglio è; più il profilo è completo, più ha valore. Il nostro avatar virtuale (non quello che ci costruiamo sapientemente barando sui nostri limiti personali, ma quello calcolato sulla base di tutti i dati che, volontariamente o involontariamente, produciamo), insieme a quello di tutti gli altri, permette di prevedere eventi e indirizzare azioni in tanti campi, dal marketing alla politica.
Certo, chi vuoi mai che si interessi proprio a me? E in fondo, non sono segreti quelli che condivido nei social networks.
Viene in mente la famosa poesia di Martin Niemöller “…Quando sono venuti a prendere me, non c’era più nessuno che potesse parlare per difendermi.”

3. Concentrato
La startup che propone il suo servizio (gratuito) basato su un’applicazione innovativa probabilmente non ha tra i suoi piani di sviluppo quello di costruire un servizio a più livelli, da sostenere con gli abbonamenti, ma semplicemente di arrivare a costruirsi una massa di utenti tale da poter essere rivenduta ad un grosso player del settore insieme all’applicazione e a tutta la società. E’ il sogno di ogni giovane programmatore: fare il colpaccio con la killer-app e poi passare ad altro. In un mercato così vasto e imprevedibile, in cui si può sbagliare una sola volta, nessuno è in grado davvero di fare un piano di sviluppo su cinque anni – a meno di non essere un soggetto imprenditoriale con le spalle veramente grandi. Quindi: microinnovazioni più o meno geniali che vengono rastrellate e concentrate sotto un solo ombrello e un solo marchio. Così quel tessuto imprenditoriale intermedio che ha fatto la fortuna di questo Paese non ha possibilità di crescere. Con buona pace dei TechCrunch.

Dopo il corso, ogni studente sarà libero di scegliere cosa regalare a sua volta, e cosa tenersi per sé.

Chi ha bisogno dell’elearning?

Set
20

Mi è capitato di fare una ricerca sull’offerta di corsi online in Italia, in particolare in due campi in cui l’e-learning è – o dovrebbe essere – di casa: quello dell’ECM (educazione continua in medicina) e quello della sicurezza sul lavoro. Si tratta di settori in cui la formazione non è una scelta del discente, ma è obbligatoria. Per questo motivo, si tratta di un mercato significativo e interessante: qualcuno deve investire delle risorse economiche, o direttamente (i professionisti della sanità, quando non ci siano sponsor farmaceutici) o indirettamente (le aziende per i propri dipendenti). In entrambi i casi, esistono norme e linee guida pubbliche, dettate dalla conferenza stato-regioni, che descrivono quali metodologie didattiche e quali strumenti siano accettabili o raccomandati al fine di ottenere un apprendimento efficace, oltre che rendicontabile.
Non entro nell’analisi di queste norme e linee guida, che potrebbero senz’altro essere migliorate. E’ comunque abbastanza impressionante constatare che la quasi totalità dei corsi proposti sembra adottare un unico modello, come appunto se questo fosse stabilito dalla norma.

Il modello scelto è pressoché sempre quello della simulazione della lezione in presenza: video del docente e slides affiancate.
Ci sono naturalmente, in apposita area separata, documenti da scaricare, e quiz di autovalutazione.

Le riflessioni che si possono fare per capire e giustificare questa scelta sono tante:
1. questo modello è quello preferito dagli utenti finali, è rassicurante e non impegnativo;
2. questo modello è il più semplice da realizzare per i docenti/autori, non sempre particolarmente edotti nelle metodologie “avanzate” di elearning;
3. questo modello è il più economico e consente di ottenere un risparmio vero rispetto alla formazione in aula. Basta una webcam e Power Point.

Tuttavia viene anche da domandarsi se tale modello sia davvero efficace. Quali sono i risultati alla fine del corso (al di là di quelli misurati dai quiz)? Il lavoratore è davvero più attento e consapevole dei rischi che incontra quotidianamente e mette in atto strategie efficaci per limitarli? L’infermiere migliora la qualità del suo servizio attraverso una migliore comprensione della situazione del paziente e l’acquisizione di competenze nuove per assisterlo?
O, viceversa, ci si può domandare se tutte le ricerche sull’elearning che sono state fatte negli ultimi decenni non siano davvero chiacchiere inutili, visto che un modello così semplice è alla fine quello che contenta tutti. Cooperative learning, communities of practice, learning by doing, valutazione autentica… vanno bene per i libri e i convegni, ma in realtà bastano quattro slide ben fatte e un docente con un bel personale e una voce adeguata per fare elearning efficace ed efficiente.

Chiaramente – almeno dal mio punto di vista – gli effetti collaterali di questa impostazione sono devastanti.
1. I corsisti si convincono che l’elearning non è, e non può essere altro, che una forma di videolezioni che invece di essere trasmesse in TV possono essere fruite con un PC. Il fatto che non sia nemmeno necessario avere fisicamente un DVD da inserire (e quindi dimenticare nel cassetto del PC…) è un vantaggio ulteriore.
Che l’elearning sia un modo diverso di apprendere, che permette di utilizzare le risorse presenti nella rete, resta un segreto esoterico ben nascosto. Probabilmente l’idea che un discente possa aver bisogno di chiarirsi il significato di un termine oscuro che compare nel corso con una ricerca su Wikipedia verrebbe ricacciata indietro con orrore.
La possibilità di interagire in maniera sincrona o asincrona con altri corsisti o col docente, o con esperti esterni, è del tutto assente. Il discente è solo davanti ad un monitor e un mouse. Se vuole chiacchierare via Facebook con i colleghi, lo faccia di nascosto e certo non degli argomenti del corso.
La possibilità di integrare i contenuti presenti con propri commenti, con suggerimenti, esperienze, potrebbe addirittura essere vista come un’eresia, perché va ad intaccare i contenuti “certificati”. Il discente – benché adulto e professionista – è un ignorante che va edotto da zero, e non ha nulla da insegnare.

2. La qualità del prodotto è misurata sul grado di piacevolezza delle slides, sulla capacità di intrattenimento del docente. Immagini accattivanti, voci suadenti e persuasive, animazioni brillanti, ritmo giusto. In sostanza, sulla qualità televisiva dei contenuti. Che ci sia dietro un progetto didattico, che partendo dai bisogni formativi e dagli obiettivi didattici arrivi alla progettazione di un ambiente dove i partecipanti (discenti e docenti) attraverso strumenti diversi costruiscono il proprio percorso di apprendimento, passa completamente in secondo piano. Quindi una piattaforma vale l’altra, anzi non serve affatto (tranne per la questione antipatica del tracciamente del tempo di consultazione dei materiali). Non serve nemmeno una competenza dimostrabile nella progettazione del processo, o anche (Dio ce ne scampi!) nella valutazione: sono sufficienti le competenze di dominio e quelle legate alla comunicazione multimediale. Con buona pace dei giovani laureati in scienze della formazione con un master in e-learning che credevano di avere imparato un’arte.

3. I formatori d’aula più attenti ed esperti non possono che prendere le distanze da questo “e-learning” e sostenere, a buon diritto, che non avrà mai l’efficacia di una buona lezione in presenza, dove c’è interazione, si parte dalle esperienze e bisogni personali dei discenti, c’è la possibilità di adattare linguaggio e contenuti al contesto. Come dargli torto? Naturalmente sono tutte possibilità che un ambiente di e-learning potrebbe consentire, anche se in forma diversa, e per certi versi più vantaggiosa (per esempio, per il fatto che l’interazione verbale può essere registrata, analizzata e ripercorsa anche in seguito con gli stessi corsisti, o riusata per arricchire e migliorare il corso in vista di edizioni successive).

Con chi prendersela? Come modificare questa situazione di stallo? Da dove cominciare?