steve's

Innovazione digitale e lavoro

Feb
05

La giornata dedicata da Stati Generali dell’Innovazione ai prossimi appuntamenti elettorali si è svolta il 4 Febbraio 2013 presso il CNR di Roma con la partecipazione di almeno una quindicina degli oltre settanta candidati che ne hanno sottoscritto la Carta di Intenti.
Il tema del lavoro è stato purtroppo il grande assente della manifestazione, in un’Italia fotografata dall’ISTAT a dicembre 2012 con questi dati agghiaccianti:
“Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 875 mila, registra un lieve aumento (+4 mila) rispetto a novembre. Su base annua la disoccupazione cresce del 19,7% (+474 mila unità), l’aumento interessa sia la componente maschile sia quella femminile.
Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,2% […]
Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 606 mila e rappresentano il 10,0% della popolazione in questa fascia d’età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 36,6%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e in aumento di 4,9 punti nel confronto tendenziale.”

Può l’innovazione digitale creare nuovi posti di lavoro? Se si, di che tipo, dove, come?

Durante il convegno ci sono state, in effetti, delle dichiarazioni di intenti. Ora, alla semplicistica equazione “opendata + servizi offerti dalle imprese = aumento del PIL” si dovrebbe sostituire un ragionamento più complesso. Qual è il modello di business che sosterrebbe questo aumento di PIL? da dove proverrebbero e dove finirebbero i ricavi prodotti? Se, ad esempio, l’unico beneficiario dell’apertura dei dati è la multinazionale X sufficientemente potente da poter sviluppare (fuori dall’Italia) il software necessario per utilizzare i dati e da venderlo a tutti i cittadini Italiani, significherebbe che il costo di quei servizi sarebbe spostato dalla PA ai cittadini, con un vantaggio solo per quella multinazionale e uno svantaggio per chi quel servizio non può acquistarlo. D’altra parte sostenere che il modello di business degli opendata sia solo quello (ancora tutto da dimostrare) della vendita delle app è un po’ riduttivo. Leggete, ad esempio, l’articolo di Jeni Tennison o lo studio di Enrico Ferro e Michele Osella .

Probabilmente però l’innovazione digitale piace ai politici per un altro motivo: innovazione digitale significa automazioni di processi, servizi online, dematerializzazione, insomma diminuzione della spesa pubblica improduttiva. Che, almeno in alcuni casi, fa rima con taglio di posti di lavoro.
Ora sembra che lo stato, come ogni buona massaia, sia virtuoso se spende di meno, se non “butta via i soldi”. E in effetti sembrerebbe che se – fermo restando lo standard di servizio al cittadino, o addirittura aumentandolo – si riesce a spendere di meno, tutti ci guadagnano. Però questa che sembra una deduzione ferrea nasconde un elemento critico: non pagare per offrire servizi può significare che qualcuno lavora di meno o per niente. Insomma c’è almeno uno che ci rimette: quello che viveva del lavoro necessario a fornire quel servizio. Per esempio: tutto va su cloud, magari all’estero. Bene, e il tecnico che gestiva i server del data center che fine fa?
Un esempio interessante proprio nel campo degli opendata: durante il dibattito uno dei candidati ha sostenuto che il passaggio agli opendata, nel suo Comune, è stato a costo zero. “Impossibile” protestano dalla platea. “Invece si”, risponde lui, “perché l’ho fatto io da solo”. Quindi i cittadini di quel Comune hanno pagato una parte degli emolumenti ad un amministratore perché svolgesse, invece delle sue funzioni proprie, quelle di un tecnico informatico esterno (visto che all’interno non esistevano le competenze necessarie), che altrimenti avrebbe dovuto essere pagato. Gratis si, ma solo in apparenza.
Insomma, quasi un paradosso: l’innovazione digitale deprime il mercato del lavoro, invece di stimolarlo.

L’innovazione produce inevitabilmente obsolescenza di professioni, e quella digitale ancora di più. L’operaio è sostituito dalla macchina – ma anche il portalettere sostituito dall’email. Quando però non si tratta di un semplice comportamento naturale osservato dall’esterno, ma di uno dei punti della strategia con cui si vuole risollevare un Paese, non è sufficiente accettare questa perdita di lavori e professionalità come un male necessario. Non si tratta di protezionismo: l’innovazione digitale come manifesto elettorale deve prevedere, da subito, anche un progetto complessivo per aprire nuove strade professionali al posto dei sentieri interrotti. E gli opendata possono essere una di queste strade.
Non serve pensare a grandi riforme. Se ad esempio ogni Comune spingesse gli istituti tecnici e professionali ad indirizzo informatico a prendere in considerazione il settore degli opendata e a insegnare a sviluppare apps e webapps che ne fanno uso; se li invitasse ad avviare stages negli uffici comunali per partecipare al processo di raccolta, pulizia, organizzazione e pubblicazione degli opendata; se promuovesse l’intero processo tra le associazioni di imprenditori locali, facilitando la nascita di concentratori locali che permettono di aprire un’impresa digitale senza sostenere le spese di una struttura fisica, tutto questo creerebbe le condizioni future non solo per una riduzione di spesa (probabilmente la cooperativa di giovani locali ha un costo orario inferiore a quello di una grande struttura nazionale), ma anche per la creazione di nuove professioni e nuovi soggetti imprenditoriali a livello locale, e quindi davvero per un aumento del PIL e per una redistribuzione equa delle risorse.

Ridurre la spesa non è valore di per sé, se il soggetto è lo Stato. Lo è se, ad esempio, le risorse invece di andare all’estero restano in Italia e vanno a sostenere i giovani; se vengono distribuite diversamente, equamente, tenendo conto di parametri come il genere, l’età, la capacità.
O, per tornare ai temi di questo blog, se invece di licenze di software vengono pagati servizi offerti da professionisti per installare, modificare, aggiornare e manutenere il software. Per inciso, condizioni che si verificano quando si privilegia il modello OpenSource, dove non è tanto significativo l’importo del risparmio (qualcuno dice anche che non c’è), quanto la quota di spesa che viene “investita” in formazione, in sviluppo, insomma in lavoro anziché in merci.