steve's

Dietro il coding

Set
25

copertina

In occasione dei due seminari in Piemonte (Ivrea e Torino), di cui qui trovate maggiori informazioni, ho preparato delle slide. Troppe slide. Alla fine mi hanno fatto notare che più che una presentazione stava diventando un libro.

 

 

E allora ho colto l’occasione, reimpaginato, aggiunto, corretto, e ho realizzato un piccolo ebook dal titolo “Dietro il Coding”. Non è una difesa del coding né una sua condanna. E’ semplicemente una raccolta di domande e di riflessioni che hanno lo scopo di stimolare quelle degli altri, soprattutto di quelli che intendono dedicare qualche ora al Coding con i propri ragazzi. Riflessioni che partono da lontano, da almeno venticinque anni fa, ma che ho cercato di aggiornare andando a caccia di opinioni, di proposte e di alternative. Una parte importante è dedicata al progetto “Programma il Futuro” e a Scratch, ma purtroppo solo poche righe al nuovo tema dei curricoli digitali, che andrà seguito con attenzione.

Questo è l’indice:

Come nasce questo testo
1. Che cos’è il Coding
2. Perché è così importante
3. Una valutazione storica
4. Come si parla del Coding?
Primo Intermezzo: che significa opensource?
5. A che serve il Coding?
6. Chi può insegnare il Coding?
Secondo Intermezzo: le differenze tra linguaggi
7. Che linguaggio?
8. Il modello didattico dietro Scratch
9. Come andrà praticato il Coding
10. Un po’ di storia…
11. E oggi?
12. Come potrebbe funzionare davvero
Suggerimenti di lettura

L’ebook è rilasciato con licenza CC BY/SA e lo potete scaricare da  qui.

Critical Code Studies

Gen
20

Critical Code Studies è un’etichetta che copre le attività di discussione e studio del codice sorgente che si svolgono presso l’Università della Southern California (Humanities and Critical Code Studies Lab, HaCCS).

Oggetto di studio sono i codici sorgente, cioè quella cosa scritta da umani (per lo più) e che poi viene eseguita dai computer, telefoni, satelliti, droni, etc. Solo che, avete letto bene, non è il dipartimento di Computer Science che se ne occupa.

“Critical” è un termine chiave. Si può leggere in due modi: il primo è come parallelismo alla critica letteraria, cioè come richiamo all’utilizzo di approcci e tecniche che finora sono state applicate ai testi tradizionali (digitalizzati o meno). Significa che i codice sorgenti vengono trattati come opere, con una dignità che va oltre quella di pure macchine strumentali fatte di codici binari. Un codice sorgente è scritto in un linguaggio (uno dei circa 2500 censiti), e viene non solo scritto per essere “interpretato” dal computer, ma anche per essere letto, discusso, modificato, copiato. E – come è normale per ogni prodotto di scrittura – presenta aspetti estetici, stilistici, retorici. Se esistono poesie scritte in linguaggi di programmazione (la prestigiosa e serissima Stanford University fa annualmente un concorso, http://stanford.edu/~mkagen/codepoetryslam/), virus presentati come opere d’arte http://0100101110101101.org/biennale-py/, programmi scritti per sfidare il lettore alla loro comprensione http://ioccc.org/, linguaggi in cui si programma usando i colori in omaggio a Mondrian http://progopedia.com/language/piet/, significherà pure qualcosa.

L’altro senso di “Critical” è più forte: indica che non ci si vuole limitare a studiare i testi, ma anche i contesti della loro produzione e uso. Significa che l’approccio usato vuole tener conto anche delle questioni di genere, di cultura, di divario economico. Perché non basta allenare i bambini al pensiero algoritmico: il software è qualcosa di ben più complesso di un algoritmo che muove un pupazzetto su uno schermo.

Per farsi un’idea, si può leggere questa introduzione di Mark Marino, del 2006: http://www.electronicbookreview.com/thread/electropoetics/codology

Trovate tanti riferimenti alle persone che hanno riflettuto su questo tema: da John Cayley a Florian Cramer, Loss Pequeño Glazier, Geoff Cox, Alex McClean, Adrian Ward.

A partire dal 2010, viene tenuto annualmente un Working Group (http://haccslab.com/) dove si possono discutere online frammenti di codice. Quello di quest’anno è appena cominciato.

Tutto questo accade a Los Angeles, USA.

Qui da noi, sono anni – almeno dal 1999 – che cerco di impostare un lavoro simile (con seminari, articoli, slide, wiki: http://ada.lynxlab.com/staff/steve/public/docu/lidia/), ma ahimé senza molto successo. Ma sono io che ho sbagliato Paese.

 

My ECM

Lug
03

MyECM è il nuovo servizio online di Age.na.s.
Come indica il prefisso, è il punto di accesso personale ai dati relativi alla formazione continua in medicina per ogni medico o infermiere. Un punto unico dove tenere sotto controllo i crediti ottenuti, ma anche gli eventi formativi in arrivo, filtrati in base al proprio profilo professionale.
Il servizio è appena stato pubblicato (28 Giugno 2013), e ancora soffre di qualche bug, che sarà presto corretto. Alla data in cui scriviamo, è temporaneamente sospeso per motivi tecnici.
Si tratta sicuramente di una buona iniziativa, che forse potrebbe ancora essere migliorata.


Il nome: è originale?

Si capisce il senso che si è voluto dare al servizio: nuovo, aggiornato, in linea con il web 2.0. Fa un po’ ilverso a MySpace (uno dei primi Socal Network) e a infiniti altri “my*”. Sorvoliamo sull’incrocio linguistico; purtroppo “MyECM” esisteva già: è il nome di un software per la gestione degli eventi ECM, e persino il dominio .it era già stato registrato. Si rischia di creare fraintendimenti non voluti: ci sono connessioni? è lo stesso software? l’azienda è coinvolta nello sviluppo?
Insomma, non si poteva scegliere qualcosa di più originale?

I dati: sono aperti?

Siamo entrati, volenti o nolenti, nell’era dell’opendata, anche per obbligo di legge (vedi il Decreto Sviluppo). Sarebbe bello – o forse anche necessario – che il servizio mettesse a disposizioni dei cittadini e delle imprese interessate un endpoint RESTful che permetta di interrogare l’archivio degli provider e degli eventi accreditati, o semplicemente una URL da cui ottenere i dati in un qualsiasi formato aperto. Questo permetterebbe di effetturare statistiche, rappresentazioni, o ricerche aggiuntive rispetto a quelle possibili tramite il modulo di ricerca presente sul sito Age.na.s.
Lo stesso discorso, con attenzioni ulteriori per la provacy, potrebbe essere fatto per i dati dei singoli utenti registrati. Ad esempio, un servizio del genere permetterebbe ad una ASL di verificare i crediti ottenuti dai propri dipendenti in maniera automatica, in modo da poterli pubblicare nell’area riservata del proprio portale, e magari mandare un reminder a quelli indietro con il programma.

I provider: quale strategia?
Sarebbe interessante capire quale è la strategia complessiva di Age.na.s. Attualmente i provider forniscono i dati degli eventi, e Age.na.s li raccoglie e permette al singolo utente di effettuare una ricerca solo attraverso il suo portale. In questo momento, l’architettura è a forma di stella, con Age.na.s al centro. I vertici periferici non sono collegati fra di loro, e non possono nemmeno avere un accesso completo ai dati globali. Un provider che volesse capire quali sono i suoi “competitor” nel proprio settore, o quali aree dell’ECM non sono sufficientemente coperte, non ha modo di farlo, se non effettuando una ricerca a mano.
Una struttura a rete sarebbe probabilmente più utile a tutti, permetterebbe di risparmiare risorse e ottimizzare il servizio, con vantaggio per tutti.

LiDiA – il sito

Giu
11

Ho raccolto (alcuni) materiali dedicati alla Linguistica degli Artefatti Digitali in questa pagina

LiDiA

In particolare, un testo che riassume delle riflessioni sull’Estetica degli artefatti digitali:

“Questo articolo fa parte di una serie di interventi che si propongono il difficile compito di indagare la possibilità di applicare anche ai codici sorgenti dei programmi per calcolatore alcuni concetti, tecniche e teorie che sono state sviluppate in questi anni a proposito dei testi linguistici più tradizionali. Si tratta di un compito che si è dato come programmatico il Laboratorio di Linguistica degli Artefatti Digitali della facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza.

All’interno di questa sfida generale, ci occuperemo qui di una questione specifica, che però finisce per andare a toccare tutte le altre e in qualche modo le rappresenta.

La questione di partenza è se sia possibile un’estetica della programmazione. Non un’estetica degli artefatti digitali intesi come prodotti finali fruibili con i nostri sensi (“computer graphics”, “computer music”), ma proprio degli artefatti digitali primari, in se stessi, allo stadio di codice sorgente.”

Continua su Estetica degli artefatti digitali

Sociolinguistica degli artefatti digitali

Mag
30

Questo titolo roboante è anche il titolo di un seminario, a cura del sottoscritto e di Maurizio Mazzoneschi, che si è svolto a Carrara, all’Accademia di Belle Arti il 18 maggio 2010.

La domanda più ovvia è: cosa c’entrano gli artefatti digitali con le belle arti? questo era appunto il contenuto del seminario…

Grazie alla lungimiranza del direttore della Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte, Tommaso Tozzi, è stato possibile condurre questo seminario ibrido alla presenza di alcuni docenti (Enrico Bisenzi e Massimo “Contrasto” Cittadini) e studenti.

Un resoconto molto preciso e completo del seminario si può leggere sul blog ScaccoAlWeb a cura di Enrico Bisenzi http://scaccoalweb.dotblog.it/2010/05/programmare-%C3%A8-come-narrare.html
Materiali relativi al seminario possono essere scaricati da http://ada.lynxlab.com/staff/steve/public/docu/lidia/carrara/.

L’invito al seminario recitava quanto segue:

Siamo alla fine del millennio scorso. Per caso, un esploratore si imbatte in un continente sconosciuto, di dimensioni vastissime. Strade, città e biblioteche, e nelle biblioteche milioni di testi, scritti non in una sola, ma in decine e decine di lingue diverse. Testi diversi di autori diversi, dedicati ai fini più differenti, cortissimi e enormi, scritti a più mani, criptati, fondamentali o inutili.
Scritti per essere usati, per essere letti o  per essere analizzati e insegnati.
Da una prima analisi di questi milioni di testi, sembra di poter dire agli esploratori che ci sono stati periodi, scuole diverse, mode. Che aree diverse del continente hanno prodotto autori riconoscibili, che a loro volta hanno insegnato e influenzato altri autori.
Di tutto questo, niente è mai stato raccontato, né qui da noi né altrove.
Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei  programmi. Più di 50 anni di letteratura, più di 2000 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l’archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di “libri” diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun’indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico.
Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all’interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come
linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l’apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo.”