steve's

LBP: Lessico di Base Pubblico

Feb
09

La notizia della concessione alla società King.com dei diritti d’uso della parola “candy” (oddio l’ho usata) nei settori del software, dei giochi, dei servizi educativi e dell’abbigliamento mi ha riportato in mente questo racconto, scritto vari anni fa. Lo ripropongo tale quale. Poi non ditemi che non vi avevo avvertito.
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Anche solo immaginare com’era il mondo, prima, è difficile. Come avrebbe potuto essere, è quasi impossibile.
Come avrebbe potuto essere il mondo, oggi, senza quel brillante industriale che ordinò ai suoi fidi di comprare pagine e pagine di nomi di domini Internet. Cominciò con “abbecedario.it” e finì con “zuzzurellone.it”. Aggiunse anche tutti i cognomi famosi, i nomi di luoghi e le espressioni più comuni (“fallafinita.it, piovegovernoladro.it”), e non si fermò né di fronte alle parti del corpo né al martirologio.
E come avrebbe potuto essere, il mondo, senza i giapponesi che registrarono i nomi impossibili dei loro personaggi dei cartoni animati, da Bzzz® a Kla-pun®, da Snortz® a Gomrich®, e così via per tutti i millesettecentocinquanta mostriciattoli. Per colpa loro diventò sempre più difficile inventare personaggi dai nomi pronunciabili più corti di otto lettere e si optò per riciclare nomi già usati per le generazioni passate aggiungendo suffissi e prefissi. Fu la breve stagione ridicola di SuperGeppo e di Topo-K-Gigio, che però forse qualcuno ricorda con nostalgia
Per capire come è stato possibile arrivare alla situazione attuale, bisogna partire proprio da questi due fatti lontani, in apparenza scollegati ma in profondità così prossimi, come due polloni che germogliano dalla stessa radice.
La situazione rimase ferma per qualche anno. L’idea era già lì, sospesa in aria, però nessuno aveva il coraggio di afferrarla. Questo periodo viene spesso indicato come l’Era di Mezzo, un periodo di ignoranza e di felicità, che sembrava dovesse durare per sempre.
E che invece terminò bruscamente quando quel tale di Austin, Texas, registrò il nome di suo figlio Adam® e pretese che chiunque altro avesse voluto fare lo stesso avrebbe dovuto chiedergli l’autorizzazione.
Ovviamente la notizia fu accolta da risate, commenti scandalizzati e poi silenzio, finché una corte del Kansas non gli diede ragione, e sancì che legalmente chiunque volesse registrare all’anagrafe un bambino col nome di Adam® avrebbe dovuto firmare un documento con il quale si impegnava ad usare quel nome secondo le condizioni della licenza, non trasferibile, per un tempo non superiore ai 99 anni, al termine del quale il nome sarebbe tornato al legittimo proprietario.
La sentenza di Austin non parlava di sfruttamento economico della concessione d’uso del nome, ma nemmeno lo escludeva.
Ci fu una pausa di qualche giorno di febbrile consultazione tra i legali di tutto il mondo, poi cominciarono ad apparire le prime dichiarazioni ufficiali di possesso dei nomi propri. La velocità di propagazione del fenomeno fu spaventosa, dell’ordine di qualche migliaio di nomi per lingua al giorno. Anche se l’UNESCO si affettò a dichiarare che solo i legittimi genitori di un bambino potevano registrare un nome, questo non fece che aumentare i margini di lucro sul traffico di nomi per gli speculatori più spregiudicati. I telegiornali diffusero le immagini desolanti dei campesinos in fila da quattro giorni all’anagrafe di La Paz per registrare i loro figli, nella speranza di rivenderli (i nomi) immediatamente dopo. Venne creata una ONG di sostegno ai diseredati il cui scopo dichiarato era di favorire lo scambio di bambini in età di battesimo per permettere anche alle famiglie meno prolifiche di registrarne un minimo di quattro o cinque.
Nacque una nuova professione, il Cacciatore di Nomi. Bisognava andare in giro per le campagne, trovare vecchi contadini e pastori, riuscire a farli parlare e se si era fortunati a scovare qualche nome raro e precipitarsi agli archivi della Parrocchia per trovare un certificato che ne attestasse l’esistenza. Poi bastava comunicare il nome – ovviamente cifrato – al broker che provvedeva a trovare un finto padre con un finto figlio.
L’anagrafe di Roma rimase intasata per sedici giorni, quella di Lisbona dovette aprire dodici uffici succursali. Venne creata una Borsa Internazionale apposita, con sede a Bombay, per trattare le compravendite di nomi. Ci fu chi scelse la trasversalità (John, Jean, Giovanni, Juan) e chi la verticalità (Giuseppe, Peppe, Peppino, Pino, Pinuccio).
Intervistato su un sito WEB francese, l’allora Ministro dell’Educazione – ex professore esimio di linguistica – rispose divertito che se si riconosceva la possibilità di possedere un nome proprio, tanto valeva cominciare la compravendita dei nomi comuni, degli aggettivi e degli avverbi.
La profezia involontaria si avverò nell’arco di pochi giorni.
La Fiat comprò tutti i termini dell’area semantica legata a veicoli, motori. Dopo una battaglia memorabile, la Nestlé riusci ad accaparrarsi un superlativo dal valore inestimabile come “buonissimo” a spese di Barilla e Montebovi. Il governo riuscì appena in tempo a decretare l’inalienabilità delle parti invariabili e di alcuni sostantivi, verbi e aggettivi fondamentali, che vennero a costituire quello che ancora oggi si chiama LBP, “il lessico di base pubblico”. Purtroppo il decreto arrivò tardi di un soffio, e alcuni verbi percettivi erano già stati acquistati con una trattativa segreta dalla Sony.
Finita l’euforia del primi mesi, il primo problema concreto fu quello di calcolare precisamente e velocemente il costo di una sequenza di parole. Si pensò, all’inizio, ad una semplice somma dei valori delle singole parole. Questo procedimento, purtroppo, non teneva conto delle ripetizioni della stessa parola in un testo e delle offerte promozionali che abbassavano il prezzo.
Un giovane ricercatore di Cambridge formulò un teorema che passo alla storia col suo nome. Di un testo di mille parole si può facilmente calcolare il costo approssimativo moltiplicando per mille il Costo Medio per Unità Lessicale, il quale si sarebbe potuto ottenere facendo la media del costo delle parole di una Lingua in un certo momento, il che però sembrava impossibile. Il teorema fissava appunto i margini teorici di oscillazione del costo di una parola in base al numero delle sue parti grammaticali (prefisso, radice, desinenza) e alla sua etimologia.
Elegante, rivoluzionario, fece molto scalpore, ma si rivelò presto inutile. Comparvero subito accessori per i Word Processor più comuni in grado di facilitare il lavoro degli scrittori di professione. Collegati ad un database che si aggiornava in tempo reale tramite Internet, ad ogni parola scritta erano in grado di indicare in un display i dati del legittimo proprietario, la tariffa applicata in quel momento ed eventuali sinonimi più a buon mercato.
Questo meccanismo venne superato dalla generazione di software successiva, detta “adaptive”, che lasciava libero lo scrivente di occuparsi dei contenuti a prescindere dal costo lessicale: una volta impostato il profilo finanziario dell’utente, il programma provvedeva da solo a sostituire tutti i vocaboli che eccedevano una soglia media prefissata, tenendo conto delle alternative disponibili e cercando di limitare la distorsione linguistica risultante.
Naturalmente lo stile degli scrittori ne risultò modificato. All’inizio, ne risentì solamente quello degli scrittori meno facoltosi, come i giovani romanzieri e i giornalisti. Poi vennero lanciate simultaneamente due mode: quella della ricerca del “testo libero”, un componimento ideale in cui venivano usate solamente parole free, magari facendo ricorso a locuzioni interminabili, e quella opposta della “scrittura preziosa”, in cui si faceva sfoggio proprio dell’indifferenza per il costo delle parole. Prosa e poesia ricevevano così un nuovo significato, come limite estremo inferiore e superiore delle possibili realizzazioni di un testo virtuale.
Quello che ancora non era chiaro era fin dove doveva estendersi il diritto. Ai testi pubblicati dopo la promulgazione della legge o anche quelli precedenti? O addirittura tutti i testi pubblici? Secondo quest’interpretazione allargata ogni libro, ogni giornale, ogni volantino, ogni manifesto, ogni locandina avrebbe avuto un costo, e un costo quasi sempre proibitivo.
Prima ancora che la questione venisse chiarita, tutte le agenzie pubblicitarie si convertirono al multimediale, e la frequenza della pubblicità via telefono salì a uno spot ogni dieci secondi.
In questo periodo vennero anche eliminati gli elenchi telefonici e si diede inizio alla lunga operazione di sostituzione dei nomi delle strade con URL numeriche.
La Città del Vaticano esitò, poi fu emanata una Bolla che dichiarava l’extraterritorialità lessicale del Messale e della Bibbia.
E le parole elettroniche? Mettere su una pagina HTML, ma anche inviare una mail ad una lista di discussione, equivaleva a pubblicare parole, quindi era operazione soggetta al diritto lessicale: questo stabiliva un decreto del Ministero. E fu sciopero generale, il netstrike più totale mai registrato. Aderirono massaie e deputati, sacerdoti e calciatori. Prima vennero inviate milioni di mail vuote (o meglio, contenenti pagine e pagine di spazi bianchi) ai siti governativi, che si intasarono dopo quindici minuti. Poi fu la volta delle mail anonime contenenti le opere complete di Boccaccio, inviate ai centri di calcolo delle tariffe lessicali, che andarono in bomba tentando di valutarne il prezzo.
E alla fine, il vuoto.
La gente si astenne da ogni collegamento per ventiquattrore. Fu un’esperienza sconvolgente: quelli che l’hanno vissuta la descrivono come la catastrofe planetaria più importante dopo il Diluvio Universale. I motori di ricerca cancellati da un giorno all’altro, chiuse tutte le testate giornalistiche online. Ci furono ondate di suicidi, soprattutto tra i MUD-dipendenti e i moderatori delle liste di discussione.
Quando lo sciopero finì, erano rimasti in piedi praticamente solo i siti porno e le previsioni del tempo.
Alcuni Stati, come San Marino e la Confederazione Elvetica, promulgarono leggi locali che permettevano un uso praticamente libero delle parole non solo all’interno dei confini fisici dello Stato, ma anche all’interno dei siti WEB ospitati dai Provider residenti nello Stato. Furono i cosiddetti “paradisi lessicali virtuali”, che grazie a questa trovata appianarono in pochi giorni il debito pubblico. Naturalmente le vecchie “grandi potenze” non stettero a guardare e dichiararono un embargo inverso immediato nei loro confronti: ogni parola elettronica che usciva da quegli Stati doveva essere pagata fino a cinque volte il suo prezzo standard.
Resterebbero da descrivere questi ultimi incredibili anni, con tutti gli eventi inconcepibili di cui sono stati teatro.
Purtroppo il mio Word Processor mi segnala che il budget che mi è stato assegnato si esaurisce qui e
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WPAsisstant 3.1
Parole: 1573
Valore attuale del CMUL: 1965,4
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